Roma, 28 mag – Più di 650 mila dipendenti, un fatturato superiore ai 150 miliardi di euro, 224 impianti produttivi e oltre 15 milioni di vetture vendute ogni anno. Sono questi i numeri della prospettata fusione tra Fiat – Fca e Renault, divenuta ipotesi più concreta dopo la proposta dei primi giunta ieri sul tavolo transalpino.

Il riassetto del settore

Il progetto di integrazione fra due storiche realtà del vecchio continente non arriva come un fulmine a ciel sereno. Da tempo il settore naviga in acque burrascose, con la necessità di dover ripensare gli assetti su scala globale. Oltre ad un mercato saturo, nel futuro si stagliano sfide che difficilmente gli attuali produttori potranno affrontare in solitudine.

Da qui la necessità di trovare formule per affrontare un contesto mutevole, che richiedere sempre maggiori capacità di innovazione. Ecco quindi la mossa che, tra Francia e Italia, può essere destinata a creare un nuovo “campione europeo” dell’industria.

I rischi

Nonostante le rassicurazioni volte a sottolineare le potenziali sinergie, non pochi sono i punti di contatto – per non dire vere e proprie sovrapposizioni – su cui il nuovo gruppo si troverebbe costretto a lavorare. Parliamo specialmente del segmento delle automobili utilitarie, su cui sia Fiat che Renault competono con un’ampia gamma di modelli. Senza poi considerare che i secondi si porterebbero in dote anche le partecipazioni che attualmente detengono in Nissan e Dacia.

Se non hanno tardato ad arrivare le garanzie sul mantenimento dei livelli occupazionali, è però difficile pensare che la fusione possa conservare l’attuale perimetro produttivo senza una profonda riorganizzazione interna.

Fine della Fiat?

Il secondo elemento da considerare è che, se le prime bozze del progetto dovessero trovare accoglimenti in casa Renault, ciò significherebbe la fine della Fiat come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. Non una novità, certo. Già da anni il cuore del (fu) gigante industriale tricolore è lontano da Torino, diviso tra Londra e Amsterdam come da “spezzatino” pensato da Sergio Marchionne.

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A questo giro, tuttavia, si compirebbe un passaggio ulteriore. Pur controllato indirettamente tramite la finanziaria Exor, oggi infatti il gruppo Fca è ancora saldamente nelle mani della famiglia Agnelli. Non sarà più così in caso di fusione, che dietro alla formula “50 e 50” nasconde il fatto che Exor diluirebbe sensibilmente la sua quota. E quindi quella che fa capo agli Agnelli. I quali si ritroverebbero così in una posizione del tutto marginale, trascinando a fondo con loro quel (poco) di potere che oggi resta nella prima capitale d’Italia. Tanto più che nell’azionariato di Renault la maggioranza relativa (15,01%) è in mano allo Stato francese. Una circostanza che, visti i precedenti – il patriottismo economico di Parigi quando si tratta di difendere le proprie realtà è noto – non depone certo a nostro favore.

Filippo Burla

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