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Milano, 28 mag – Già dopo le scorse elezioni politiche il Pd era stato definito “il partito delle Ztl”, ossia le zone a traffico limitato che caratterizzano le grandi città, soprattutto in centro. Il riferimento era soprattutto a Milano e ai quartieri ricchi di Roma. Le europee del 26 maggio non hanno fatto eccezione: nella Capitale risalgono i dem che beneficiano del crollo dei 5 Stelle della sindaca Raggi, facendo il pieno nei Municipi centrali; nel capoluogo lombardo, dove regna il borgomastro rosso Sala, il partito di Zingaretti si conferma la forza più votata. Ecco dunque che si risente parlare di “modello Milano”, come a sinistra piace definire quella che sembra un’inattaccabile monarchia politica, un esempio da seguire per recuperare una vocazione maggioritaria da tempo perduta a livello nazionale.

Una magia che vale solo in centro

In effetti, i risultati di domenica ci dicono che all’ombra della Madonnina il Pd si assesta al 35,9% davanti alla Lega con il 27,3%. Parliamo d’altra parte di un Comune in cui la decaduta Forza Italia è comunque davanti al Movimento 5 Stelle. Attenzione, però, perché appena si varcano i confini ambrosiani e si prendono in considerazione i dati della provincia, di quella che oggi si chiama Città metropolitana, cambia tutto. Lì è in testa Salvini con oltre il 34% mentre il Pd si ferma ben 5 punti dietro. Si consideri in modo particolare che a Sesto San Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia, già clamorosamente espugnata dal centrodestra nel 2017 per la prima volta dal dopoguerra, la Lega stacca nettamente il maggior partito della sinistra. Non parliamo neanche della Regione, perché in Lombardia il Carroccio col suo 43% abbondante i rivali non li vede nemmeno negli specchietti retrovisori.

Consensi in calo

Beppe Sala comunque gongola e festeggia la primazia tutta milanese della sua gauche, con un trionfalismo anche piuttosto sgangherato. Che poi, a voler “spulciare” i dati, il sindaco farebbe bene ad essere più cauto. Già, perché, se la matematica non è un’opinione, rispetto alle precedenti elezioni europee, il Pd a Milano, raccogliendo il 35,9%, perde l’8.99% dei voti, mica briciole. La Lega salviniana, che nel 2014 era un’altra cosa e non se la passava certo bene come oggi, aumenta i propri consensi in città di quasi il 20%. Un balzo che ha fatto ruggire il milanesissimo ministro dell’Interno: “Puntiamo al 40”.

Un’analisi

A conti fatti, dunque, possiamo azzardare una rapida analisi del caso Milano. A commento dei nostri pezzi che denunciano il lato meno luccicante della metropoli, cioè il degrado, l’immigrazione fuori controllo e la criminalità straniera sempre più pericolosa, ci viene spesso detto: “I milanesi hanno votato Sala e la sinistra? Adesso se li tengano senza lamentarsi”. Ammesso e non concesso che questo valga solo per i poveri meneghini e non anche per i cittadini di altre città, c’è del vero. Fuori dai luoghi comuni e lasciando perdere le macchiette, il milanese è un soggetto particolare; mediamente parliamo di una persona seria, dedita alle proprie faccende, lavorative e personali, con scarsa attitudine al coinvolgimento pubblico, politico in particolare. Si adegua, insomma. Poi, esiste una minoranza, per lo più di buona cultura (a volte più presunta che altro) e molto spesso con significative risorse economiche, una cricca che “detta la linea”, che fa opinione, quindi consenso, anche elettorale. Per i pochi non allineati spazi ristrettissimi e parecchi problemi…

Cosa mantiene Milano a sinistra?

Ci sono anche altri fattori che mantengono Milano a sinistra: innanzitutto la totale mancanza di qualsivoglia forma di critica alle amministrazioni rosse da parte della stampa che conta (Corriere e redazione locale di Repubblica in primis), la quale, anzi, ricorre quotidianamente a un’agiografia e un’adorazione per i Pisapia, i Sala, i Majorino, ché la Pravda sovietica al confronto era un coraggioso foglio d’opposizione interna. In secondo luogo va registrata la cronica mancanza di un’alternativa credibile, cosa che lascia campo libero a sinistra e ultrasinistra. C’era una volta il centrodestra, il berlusconismo trionfante (anche il Cavaliere è del posto) che poteva permettersi di candidare a sindaco un allora perfetto sconosciuto amico di Silvio (Gabriele Albertini) e vincere senza affanni, per poi rivincere ancora e ancora. Tutto finì con Letizia Moratti, travolta, più che dall’impalpabilità della sua figura politica e amministrativa, dal catastrofico epilogo di un’epoca che, nel bene o nel male, aveva un solo padrone: Silvio Berlusconi. Dal 2011 è così, è il “modello Milano”: il fumo negli occhi di grandi operazioni d’immagine, l’ossessiva propaganda per i “diritti” e l’accoglienza, le nefaste conseguenze della medesima e un’impressionante escalation di aumenti tariffari, divieti, multe e via spremendo. I milanesi sono dunque davvero degli stupidi? In buona parte probabilmente sì, ma a leggere bene i dati, forse, qualcosa si muove anche dalle parti dell’antica Mediolanum.

Fabio Pasini

 

 

1 commento

  1. Dopo 46 anni di vita a Milano (una città che non riconosco più) ho deciso pochi mesi fa di andarmene a vivere in un luogo in cui negri e gentaglia sottosviluppata di altre razze mi gironzolasse attorno, spero che Milano ed i suoi raduical chic finiscano nel peggiore dei modi…e sarà così.

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