Roma, 19 mag — Benvenuti alla ormai quotidiana rubrica «atleti trans a cui piace vincere facile» e derubano le donne dei premi sportivi gareggiando nella categoria femminile; oggi è il turno di Sasha Jane Lowerson, 43enne surfista australiano, alla nascita Ryan Egan.

Il gioco sporco del surfista trans 

Lowerson, non pago di avere sbaragliato la concorrenza maschile nelle gare di longboard nel 2019, ha deciso, in seguito alla transizione a «donna» avvenuta nel 2020, di competere nella categorie delle donne biologiche, e — indovinate un po? — ha stracciato tutte quante, aggiudicandosi il primo posto e mandando a casa le avversarie nel più totale plauso degli attivisti Lgbt di tutto il mondo. E’ l’inclusione, bellezza. Che nel caso degli atleti trans, assomiglia tanto a una bella torre d’avorio dalla quale osservare il genere femminile — o «persone con utero», come si preferisce dire oggi — con un misto tra disprezzo e senso di superiorità e rivalsa. Perché lo sanno loro e lo sanno le avversarie, non esiste nulla al mondo che possa rendere accettabile questa assurda pretesa di «inclusione». Né esiste nulla al mondo che possa rendere «donna» un uomo. Né ormoni, né mutilazioni chirurgiche, né trucco e parrucco e nemmeno la canna del fucile ideologico e del ricatto puntata dietro la schiena delle atlete e delle associazioni sportive.

Vicino al suicidio

Viviamo in tempi bui, e il «trionfo» in categoria femminile è stato un dolce ritorno per Lowerson, che fa sapere di essere stato — mesi fa — molto vicino a compiere il suicidio. Una fase di profonda depressione in cui l’atleta ha smesso di surfare e di allenarsi. Poi la decisione di ricominciare con gli ormoni femminili che l’avrebbero risollevato dal profondo stato di prostrazione, e a febbraio è arrivata la decisione di chiamare Glen Elliot di Surfing Australia per poter competere come «donna». Più che una chiamata, una telefonata minatoria in piena regola con il solito ricatto per averla vinta: la minaccia della gogna mediatica per chi non si inginocchia al volere del trans di turno.

Telefonata minatoria 

«L’ultima colta che ho gareggiato in Australia sono arrivato terzo, cosa avete intenzione di fare? Sarò abbastanza franca a riguardo. Per come la vedo io, potrebbe finire in due modi. Potete farmi gareggiare [nelle donne, n.d.r.] e rendere questa esperienza fantastica [per Lowerson, ovviamente, n.d.r.] o possiamo renderla terribile e voi, ragazzi, siete gli unici che ne uscirete con un danno di immagine… preferirei non accadesse». Elliot non ha fiatato: di fronte alla ventilata minaccia di clamore mediatico con annessa graticola, ha preferito sacrificare gli sforzi silenti di decine di donne che onestamente si apprestavano a competere. Contro un energumeno di 43 anni in parrucca e vestitino a fiori.  

Cristina Gauri

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