L’Aquila, 31 ago – Ha assunto ormai i tratti del disastro ambientale l’incendio che da dieci giorni sta bruciando il Monte Morrone, all’interno del Parco Nazionale della Majella in Abruzzo. Le fiamme hanno già divorato mille ettari di bosco e, dopo aver minacciato l’eremo di Celestino V, sono arrivate fino ai centri abitati, dove solo l’intervento dei volontari ha evitato il peggio. Con il passare dei giorni, poi, la vicenda, sulla quale sta indagando la Procura della Repubblica di Sulmona, assume caratteri ancora sempre più inquietanti.

Se infatti in un primo momento l’incendio del Morrone poteva essere attribuito all’opera di un folle, il rinvenimento di numerosi inneschi, disseminati in più punti della montagna, ha lasciato emergere un piano criminoso ben più raffinato. E il sospetto che dietro a questa vicenda si celi una mano esperta e una mente spregiudicata è divenuto realtà con il divampare di altri incendi in altre zone della Valle Peligna e della Valle Subequana: pochi giorni prima, Pacentro, poi, in rapida successione, Anversa, Prezza, Secinaro. Territori ben distanti l’uno dall’altro, che sono stati colpiti in rapida sequenza, con un meccanismo cadenzato, che fa pensare quasi a un avvertimento e che in maniera strategica riesce a rendere più difficili le operazioni di spegnimento.

E’ davvero difficile immaginare chi possa dettare i ritmi di un simile assedio, che non ha precedenti nella storia del territorio peligno e che ha già creato danni inestimabili al patrimonio naturale. Ma le preoccupazioni sulla provenienza di un simile attacco e sui moventi che possono averlo determinato, si sommano alla rabbia che desta l’inadeguatezza dimostrata dalle istituzioni nel fronteggiare l’emergenza. E’ sconcertante il fatto che l’intervento dei mezzi aerei sia stato potenziato e reso adatto a fronteggiare il pericolo soltanto dopo che il rischio per i centri abitati era divenuto concreto e le dimensioni della catastrofe non potevano più essere tenute nascoste. Ed è ancora più sconcertante la cronaca degli incontri e dei vertici, ai quali ha preso parte anche il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, che si sono succeduti nei giorni scorsi.

Dinanzi a una catastrofe di dimensioni epocali, si è tentato di rassicurare la popolazione, nonostante anche i rilevamenti dell’aria lasciassero emergere una concentrazione di sostanze tossiche superiore alla norma. Ma ciò che è ancora più preoccupante per il futuro è il fatto che, mentre l’incendio non dà tregua, i principali responsabili dello sfacelo istituzionale già parlano di appalti per il rimboschimento: è fissata per il prossimo 13 settembre in Regione una riunione preliminare per discutere del progetto che dovrebbe costare circa trecento milioni. Un affare di dimensioni colossali che dovrebbe affiancare altri appalti banditi per i sistemi di prevenzione. Così, la preoccupazione è che questa tragedia, come già avvenuto per il terremoto dell’Aquila, possa trasformarsi nell’ennesima occasione per speculare.

Giovanni Bartolomucci

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