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Roma, 11 giu – Domani il premier Giuseppe Conte sarà ascoltato dalla Procura di Bergamo (a quanto pare i pm verranno a Roma) nell’ambito dell’inchiesta sulla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro agli inizi di marzo, nel momento più critico dell’epidemia di coronavirus. E se Conte si dice “tranquillo” quello che emerge – anche a detta della pm di Bergamo Maria Cristina Rota – è che a decidere l’istituzione della zona rossa nella Bergamasca spettava al governo. I ritardi colpevoli e fatali dunque sono da attribuire a Palazzo Chigi e non alla Regione Lombardia. Mentre procedono le indagini per epidemia colposa – anche il ministro della Salute Roberto Speranza e la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese sono coinvolti nell’inchiesta come persone informate dei fatti – diversi giornali ricostruiscono cosa è accaduto in quei giorni decisivi tra fine febbraio e inizio marzo e fanno luce sul fatto che il governo non si è mosso in tempo.

Ad Alzano e Nembro picco di contagi dal 23 febbraio in poi ma niente zona rossa

Dati alla mano, nei comuni di Alzano Lombardo e Nembro, in provincia di Bergamo, le morti per coronavirus a partire dal 23 febbraio sono aumentate in modo esponenziale. Ma mentre nel Lodigiano, intorno a Codogno, dove era stato appena scoperto il cosiddetto paziente uno, era stata subito istituita la zona rossa, la Val Seriana rimaneva aperta. Questo fatto, lo dicono i numeri, ha contribuito in modo determinante all’impennata di decessi per coronavirus (6mila casi, il 600% in più rispetto all’anno precedente), soprattutto nei due comuni al centro dell’inchiesta.

Il 27 febbraio emerge il nuovo focolaio nella Bergamasca

Vediamo che cosa è successo. Nel rapporto quotidiano sul coronavirus inviato dalla Regione Lombardia alla Protezione civile, il 27 febbraio emerge chiaramente un nuovo focolaio nella provincia di Bergamo, dove si registrano 72 nuovi casi di positività al coronavirus. In quella data, Nembro è il quarto comune più colpito della Lombardia, al pari di Casalpusterlengo che però è già protetto dalla zona rossa del Lodigiano, mentre Alzano è il settimo.

L’allarme degli ospedali e la diffusione dell’epidemia

Il 28 febbraio Marco Rizzi, primario del reparto di Malattie infettive dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo lancia l’allarme: “La crescita dell’epidemia è rapidissima, a partire da un focolaio che si è sviluppato dall’ospedale di Alzano. La terapia intensiva e ogni altro reparto sono già saturi. Servono misure di contenimento”. Il primo marzo, i contagi salgono a 43 a Nembro e a 19 ad Alzano. Intanto anche all’Ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano il focolaio sta esplodendo: a partire dalla seconda metà di febbraio vengono denunciati dai familiari delle vittime almeno cinque casi di decessi dovuti a polmonite interstiziale nel reparto di medicina generale, aperto a tutti. Il 23 febbraio, però, dopo i due decessi conclamati per coronavirus, il direttore sanitario decide di chiudere l’ospedale. Ma poche ore dopo la Regione ordina l’immediata riapertura. Questo perché, come spiega l’assessore al Welfare Giulio Gallera, già ascoltato dalla Procura di Bergamo “ci avevano dato rassicurazioni sulle sanificazioni” (mai avvenute). Ebbene, la Procura di Bergamo ha fatto sequestrare tutte le cartelle cliniche di quel periodo, fino al 7 marzo, per verificare se in quel lasso di tempo ci siano stati ricoveri promiscui tra pazienti di Covid-19 e malati di altre patologie in almeno tre reparti.

Fontana: “Spettava a Roma decidere di isolare Nembro e Alzano”

Questi sono i fatti relativi all’epidemia. Veniamo ai rapporti tra Regione Lombardia e governo a partire dal 2 marzo, la prima volta che si è discusso di quanto stava accadendo nella Bergamasca. Va detto che in questi giorni la Lombardia secondo le ricostruzioni non chiede ufficialmente l’istituzione della zona rossa in Val Seriana. Questo però – a detta del governatore Attilio Fontana – perché era compito del governo. Fontana ha affermato che era “pacifico” che nella prima settimana di marzo “spettava a Roma decidere di isolare i comuni di Nembro e Alzano Lombardo”. A sbloccare il tutto sarebbero stati gli esperti del Comitato tecnico scientifico della Regione Lombardia, che propongono “di adottare le opportune misure restrittive già in uso nei comuni della zona rossa al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue” per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro, paesi “che hanno fatto registrare casi ascrivibili a un’unica catena di trasmissione”. Ormai è il 3 marzo, sebbene non ci sia ancora la decisione ufficiale, si mette in moto la macchina organizzativa per l’istituzione della zona rossa.

Il 5 marzo militari e forze dell’ordine arrivano nell’area per chiudere tutto

La sera del 5 marzo al Palace Hotel di Verdellino (alle porte di Bergamo) arrivano 100 carabinieri da Milano, pronti per intervenire. A due chilometri di distanza, al Continental di Osio Sotto, sono arrivati 100 agenti di polizia. Poi arrivano 80 militari dell’Esercito, e altri 50 agenti della Guardia di finanza. Ma l’ordine di istituire la zona rossa non arriva. E il 6 marzo le forze dell’ordine e i militari tornano indietro. Alzano Lombardo e Nembro diventeranno zona rossa soltanto 4 giorni dopo, il 9 marzo, con il decreto del presidente del Consiglio che la estende a tutta la Lombardia e fa di tutta Italia “zona protetta”. Va detto in merito che le zone rosse di Codogno e Vo’ Euganeo sono state istituite dal governo e non dalle Regioni.

Comitato delle vittime nella Bergamasca: “Vogliamo la verità”

Dal canto suo, il comitato per le vittime nella Bergamasca, “Noi denunceremo”, ha presentato alla Procura di Bergamo per l’appunto circa 50 denunce. “Vogliamo avere la verità su quello che è accaduto in Lombardia e non solo in Lombardia, per poter identificare i responsabili ed avere giustizia“, ha detto il presidente e fondatore dell’associazione Luca Fosco. Il comitato parla di evidente responsabilità politica. “La prima – ha detto Fosco – è quella di non aver chiuso la Val Seriana quando doveva essere chiusa, cioè il 23 febbraio, lasciando trascorrere 15 criminali giorni fino all’8 marzo, quando la Regione Lombardia è diventata zona arancione”. A quanto pare, il comitato sta preparando almeno altri 200 esposti, “non contro i sanitari che hanno fatto il possibile ma contro i politici che non hanno fatto altro che raccontare bugie“.

Ora spetta ai magistrati stabilire colpe e responsabilità. Ma le responsabilità politiche a volte, soprattutto quando è in gioco la vita dei cittadini, sono più pesanti di quelle penali.

Adolfo Spezzaferro

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