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Roma, 19 set – Prosegue, all’interno del governo, la partita a scacchi sulla prossima manovra finanziaria. Se alle prime battute lo scontro sembrava fra le due anime di Lega e M5S, pronte a sgomitare per ritagliarsi gli spazi per i propri desiderata – flat tax e revisione della Fornero da un lato, reddito di cittadinanza dall’altro – con il passare delle ore il “conflitto” è andato polarizzandosi da parte di entrambi nei confronti del ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Ultimo in ordine di tempo Luigi Di Maio, che starebbe ragionando ad un’ipotesi di manovra da 28 miliardi che porti il deficit fino al 2,5%. Proprio quest’ultimo parametro è il vero oggetto del contendere: Tria, non è un mistero, all’interno del consiglio dei ministri è in qualche modo il “garante” dei rapporti con l’Ue chiesto (imposto?) da Mattarella, per cui ogni deviazione dal percorso di rigore sui conti passa necessariamente da via XX Settembre. Il cui titolare aveva già messo nero su bianco il suo tetto: 1,6%, meno di un punto percentuale in meno ma che su scala di contabilità pubblica vale diversi miliardi.
Da qui il “peccato originale” che ha dato il via al balletto, culminato addirittura con le ventilate richieste di dimissioni che Di Maio ha smentito pur mettendo i propri paletti: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria, ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare”. Secondo il vicepremier le risorse necessarie si possono raggranellare con un mix di tagli e lotta agli sprechi ed aumento della spesa pubblica: “non serve superare il 3%. L’obiettivo e’ soddisfare le richieste degli italiani. Abbiamo bisogno di prendere un po’ di soldi dal deficit poi li ridaremo con la crescita“. La partita è appena cominciata.
Nicola Mattei

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