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nolteRoma, 18 ago – Vogliamo ricordare la figura dello storico Ernst Nolte, morto oggi all’età di 93 anni, riportando qui, per gentile concessione dell’autore, alcuni stralci del libro intervista Storia, Europa e modernità, a cura di Luigi Iannone, Le Lettere, Firenze 2008. [IPN]

I suoi studi hanno sempre creato non poche polemiche. Molti intellettuali (il riferimento a Jürgen Habermas non è causale) avevano la seria preoccupazione che le sue intuizioni potessero scardinare l’egemonia culturale ed influenzare notevolmente l’atmosfera intellettuale in Occidente. Avevano timore cioè di una ridefinizione del giudizio rispetto a degli eventi storicamente consolidati e che fossero stabilite nuove similitudini ed alterità.

La sua osservazione ci introduce sin da subito nella vicenda essenziale del revisionismo e delle polemiche intorno ad esso. C’è da dire che in Germania c’è un conformismo totale e c’è un consenso assoluto intorno all’idea del nazionalsocialismo come tematica principale del XX secolo. Un contesto nel quale il nazionalsocialismo è considerato il male assoluto e non può essere comparato né tantomeno può derivare da alcun fenomeno, per così dire, normale. La conseguenza di ciò è che il bolscevismo appare invece come un fenomeno normale e coloro i quali hanno l’intenzione di voler perseguire una connessione esterna, per esempio fra bolscevismo e nazionalsocialismo, sono considerati una sorta di peccatori, dei revisionisti che tentano di comparare un fenomeno normale con un fenomeno assoluto. Tutti i fenomeni normali sono in relazione con altri fenomeni, con tutto un mondo di causalità e di analogie mentre il nazionalsocialismo proprio perché non è considerato fenomeno normale è escluso da questo mondo di relazioni.

Tutto ebbe inizio da un articolo.

Il mio articolo fu la causa scatenante della Historikerstreit [la controversia degli storici – ndr] e poneva in risalto proprio tale questione. Affermavo che il bolscevismo era un fenomeno straordinario che non si poteva dedurre da esperienze precedenti. Naturalmente fu molto importante la prima guerra mondiale, ed in realtà molti fenomeni possono essere accostati ad essa, ma poi il bolscevismo si pose come obiettivo quello di impedire tutte le guerre, di creare una società senza classi, senza Stati e di conseguenza senza conflitti, senza rivoluzioni, eccetera. Una società idillica da raggiungere mediante un lungo percorso ma al quale l’umanità sembrava essere predestinata. Era stato lo stesso marxismo a ribadire che la storia si muoveva lungo un crinale diretto e determinato che conduceva al socialismo e che quindi tutti gli impedimenti che si sarebbero frapposti rappresentavano il male. Convinzioni che peraltro partivano dall’assunto che esistevano già tutte le condizioni necessarie per la vittoria del socialismo. La mia tesi sosteneva invece che fra il primo bolscevismo del 1917-1918 ed il nazionalsocialismo c’era un nesso causale, soprattutto riguardo al fatto che i bolscevichi nella loro battaglia per la presa e la conservazione del potere e per la vittoria delle loro idee, avevano prodotto un terrore senza eguali nelle menti di molta gente dell’occidente e specialmente nella mente di Hitler.

Il suo iniziale campo di ricerca fu però Mussolini.

Sì, il punto di partenza dei miei studi fu l’ideologia di Mussolini e successivamente quella di Hitler. Dalla mia lettura assai nolte2ampia di questi fenomeni si evinceva abbastanza chiaramente l’idea che alla base del bolscevismo vi fosse la distruzione sociale e fisica di tutto il sistema europeo. Partendo da questo assunto e dal fatto che il genocidio operato dai nazionalsocialisti, l’Olocausto, non fu l’inizio di tutto, allora veniva a cadere la base ideologica su cui si fondava una certa comprensione non solamente del comunismo ma di tutta la sinistra. Perché la sinistra era convinta che il suo cammino fosse quello giusto, l’unico giusto, anche se conteneva in sé esagerazioni e …

conteneva il germe della tragedia.

Sì, una tragedia come il mondo non l’aveva mai vista ed il nazionalsocialismo, con il suo annientamento degli ebrei, pareva da questo punto di vista essere una imitazione dell’annientamento delle classi, borghesi, aristocratiche e dei contadini proprietari, operate in Russia dal bolscevismo. Un annientamento che aveva una dimensione enorme perché non era solo parte di un attacco limitato ad un Paese ma era rivolto a tutta la società che doveva essere cambiata per divenire migliore. Un intenzione lodevole se non fosse che le conseguenze e quindi i fatti concreti che scaturirono da queste idee furono totalmente differenti. Rispetto a questa mia posizione il professore Habermas ebbe l’impressione che io stessi facendo una giustificazione del nazionalsocialismo. Ma non era assolutamente così perché non si può giustificare nemmeno una sola uccisione di un innocente. Era semplicemente un tentativo di comprensione del fenomeno. Cercavo di comprendere questo fenomeno mentre Habermas credeva che la ideologia dei vincitori, con la quale si identificava, fosse in pericolo e di conseguenza non accettava tesi differenti. Ed allora protestò, attaccò, e scrisse il suo articolo su Die Zeit e così agli occhi della sinistra tedesca fui marchiato come un revisionista che voleva sottrarre il dominio della ideologia dominante che si sentiva l’unica giusta ma che difendeva una storia che non si voleva ricordare. Ma io li forzavo a ricordare e questo è stato davvero molto duro per loro.

Lo è stato anche per Lei. In Italia Renzo De Felice ha rischiato la cattedra universitaria. Lei è stato subissato di polemiche dopo quell’articolo. Tempo dopo ha visto interrompere la sua collaborazione con le pagine culturali della Frankfurter Allgemeine Zeitung, le hanno incendiato l´automobile ed è stato aggredito anche fisicamente. Ma perché la ricerca storica fa così paura?

L’articolo sul passato che non passa, uscito su Frankfurter Allgemeine Zeitung, provocò enormi polemiche. Fu pubblicato su quel giornale perché in Germania aveva una fama incontestata e la risonanza, sin dal primo momento, fu amplissima tanto che l’incendio della macchina e il gas spruzzato sui miei occhi furono solo alcune delle conseguenze. Dal 6 giugno 1986, giorno della pubblicazione, la mia collaborazione durò altri otto anni fino a che mi dissero di non scrivere più. Una separazione che avvenne nel 1994 per una intervista uscita su Der Spiegel, durata quattro ore, ma pubblicata largamente rimaneggiata e con corredo di terribili immagini di Auschwitz. Questa fu la ragione per la quale la Frankfurter Allgemeine Zeitung non volle più che collaborassi, affrettandosi a farmi sapere che per loro continuare ad avere la mia firma sarebbe stato davvero troppo imbarazzante. Quello che aveva riportato lo Spiegel era intollerabile ed almeno parzialmente fu opera esclusiva di quel giornale.

Vedendo l’accanimento rispetto alle cose scritte da Lei ma anche sulla sua persona verrebbe da dire che, forse, la massima di George Orwell, «chi controlla il passato, controlla il presente», è fatta su misura per descrivere le sue vicende umane e professionali.

Certamente. Sono convinto anche io che chi controlla il passato, controlla il presente. Credo che nella storia i vincitori non hanno mai controllato il passato dei vinti in una maniera così completa come dopo il 1945. Dovevano farlo anche perché non erano uniti ma dovevano apparire tali all’esterno. Dovevano sembrare una famiglia, dove uno dei membri si chiamava Stalin ma che, con una certa familiarità, Roosvelt chiamava “uncle Joe” e rendere credibile questa alleanza democratica in modo da prospettarla come il “telos” della storia universale. In questo senso, ero naturalmente un nemico dei vincitori ….

praticamente di tutti.

Sì, ma diciamo non senza un certo nesso causale visto il combattimento in atto fra i membri di questa famiglia, e cioè fra il capitalismo degli Stati Uniti ed il comunismo di Stalin. E questa fu poi una delle ragioni della forte sensibilità di Habermas e di molti altri intellettuali e politici nei confronti dei miei studi, visto che erano convinti che l’ostilità delle due potenze durante la guerra fredda si sarebbe potuta acuire con tesi non conformiste. La tendenza alla distensione stava facendo il suo corso, e dunque era pericoloso portare avanti tesi come le mie che rappresentavano un reale pericolo. Da questo punto di vista ho comprensione per ciò che affermava Habermas, anche se erano evidentemente valutazioni basate su un chiaro opportunismo politico. Peraltro scientificamente non corretti visto che la ricerca tenta sempre di rileggere i fenomeni sotto varie prospettive mentre Habermas voleva invece rendere unica, assoluta e predominante la sua prospettiva.

Il suo nome è ormai accostato al termine strumentale di “revisionismo”. Ma la Storia non dovrebbe essere sempre revisionista per sua stessa intrinseca natura?

Io distinguo tra due tipi di revisioni, quelle che sono o dovrebbero essere il pane quotidiano di tutti gli storici e il revisionismo con finalità politiche. Gli storici vogliono correggere o migliorare ciò che i predecessori hanno detto e scritto, anche rispetto a questioni molto importanti. Certo il revisionismo può anche essere inteso come una scuola di pensiero che vuole correggere la comprensione delle vicende della Storia affinché avanzi una certa idea politica. Per esempio, sulla Repubblica di Weimar, esisteva una certa tendenza della storiografia che tendeva ad essere di aiuto per i partiti di destra. Anche questo modo di fare può essere chiamato revisionista ma in questo senso non mi considero un revisionista. Se invece, come ho detto, si considera uno studioso che opera delle revisioni in punti importanti, allora non mi sento assolutamente di rigettare questa definizione.

Lei ha scritto che per fare storia non bisogna credere nel male assoluto. Si è giocato per troppo tempo ad una contrapposizione manicheistica, creata ad arte dal marxismo, che vedeva nel Novecento il secolo del riscatto del bene contro il male?

Questa è una interpretazione ancora molto diffusa perché con una intenzione chiaramente dogmatica si afferma che il nazionalsocialismo è il male assoluto. Ma non è in alcun modo lecito credere nel male assoluto per ciò che concerne le cose umane: si può dire che il diavolo è il male assoluto, che Dio è il bene assoluto, ma nessun uomo, nessuna istituzione umana può essere definita assoluta, vista tutta la complessità e le relazioni che compongono la realtà umana. Questa contrapposizione manicheistica era (ed è) il contenuto principale di quella ideologia che chiamiamo politically correct. Senza questo modo di procedere gli odi, le ire, le polemiche sul mio articolo non sarebbero state così grandi.

 

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