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Roma, 22 feb – La legge non si ferma nemmeno davanti al dolore di un padre che ha perso il proprio figlio. E così Alessio Feniello, papà di Stefano, una delle 28 persone che il 18 gennaio 2017 persero la vita sotto la valanga che travolse l’hotel Rigopiano, andrà a processo.

“Piuttosto il carcere”

La colpa dell’uomo è quella di aver violato i sigilli apposti dalle autorità giudiziarie per delimitare l’area della tragedia: il 21 maggio dello scorso anno, devastato dal dolore della perdita del figlio aveva voluto deporre un mazzo di fiori nel luogo in cui aveva perso la vita. Questa violazione gli era costata una multa di 4.550 euro, che Feniello si era rifiutato di pagare: “Non pagherò per aver portato fiori a mio figlio, piuttosto vado in galera. La cosa che mi dispiace è che sono stato il primo ad essere stato condannato per la tragedia di Rigopiano“. E lo ha ripetuto su Facebook quando il gip del tribunale di Pescara ha disposto un decreto di giudizio immediato nei suoi confronti. Il processo a carico di Feniello è fissato per il prossimo 26 settembre: “Ho sempre sostenuto che avrei affrontato il processo, e non mi tiro indietro come fanno certi politici“, ha scritto il 57enne. Sono moltissimi i messaggi di solidarietà e vicinanza che in queste ore sta ricevendo sui social.

“Una vergogna”

“Ma vi sembra normale che in Italia i magistrati, dopo che mi è stato ucciso un figlio, sprechino denaro pubblico (e le loro energie) per mandarmi a processo solo per aver portato fiori dove hanno ammazzato il nostro ragazzo? È una vergogna. Una vergogna”, ha dichiarato Feniello sul sito de Il Fatto Quotidiano. Il figlio Stefano, che si trovava in vacanza con la fidanzata per festeggiare il compleanno, era stato erroneamente indicato tra i sopravvissuti.

Cristina Gauri

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