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Roma, 21 ott – Il patrimonio artistico italiano non ha tregua. Sembra esistere un’occulta regia e un pericoloso filo rosso dietro gli eventi che intaccano quasi quotidianamente la bellezza del nostro paese, e con ogni probabilità esiste per davvero. Da una parte l’evidente l’incapacità degli addetti ai lavori, dall’altra l’omertà e il disinteresse delle istituzioni politiche. Anche i sassi oramai hanno appreso quanto successo a Firenze nella Basilica di Santa Croce: un turista spagnolo, in viaggio con la moglie, è stato letteralmente ucciso dal pressapochismo di chi doveva curare il mantenimento del sito. È inutile girarci attorno e tentare di scaricare il barile come ora stanno facendo Il segretario generale dell’Opera, la Soprintendenza, i tecnici ma anche il sindaco della città. La sostanza purtroppo non cambia, così come l’ennesima figuraccia fatta davanti alle telecamere di tutto il mondo, siccome il messaggio che passa è ancora che lo Stato italiano oggi non è capace di tutelare ciò che ha di più prezioso, il proprio inestimabile patrimonio artistico e i turisti che dovrebbe accogliere. Un biglietto da visita pesante e profondamente dannoso per il turismo nazionale. L’accaduto suona ancora più terrificante se si ascoltano le dichiarazioni del segretario generale, il quale specifica come l’ultimo controllo sia stato effettuato appena una settimana prima, quando dei tecnici avrebbero impiegato un elevatore per pulire le vetrate posizionando un elevatore meccanico, guarda caso, proprio nel settore della basilica dove è avvenuto il crollo del peduccio di pietra. Dai controlli tutto sarebbe sembrato regolare e senza pericolo di crolli, normale prassi degli ultimi quindici anni di restauri e monitoraggi.

Dalle parole degli addetti ai lavori si evince dunque soltanto la fatalità del tutto? Come un crudele scherzo del destino costato la vita a un malaugurato di passaggio. Nessun errore, nessuna responsabilità, nessun mea culpa. L’architettura però, così come il restauro, sono scienze precise e matematiche, non opinioni. Il caso non esiste qui, tutto ha a che vedere con scelte e operazioni umane. La pietra anche dopo settecento anni rimane sempre inanimata, ma spetta al tecnico di oggi provvedere al suo risanamento se necessario, e gli strumenti e la tecnologia a nostra disposizione ci permettono con largo anticipo di prevenire queste tragedie. A tal proposito non esistono scuse o alibi, siccome non si parla nemmeno di una disgrazia avvenuta a fronte d’un sisma o di forti calamità naturali. Va tenuto inoltre conto che la Basilica da circa vent’anni è una sorta di museo a pagamento con un biglietto piuttosto oneroso (8 euro) volto in teoria a coprire le spese di conservazione e restauro.

Il sospetto è che come al solito il silenzio coprirà l’accaduto in poco tempo e nessuno pagherà i propri errori. L’omertà vincerà ancora in attesa della prossima vittima.

Sempre di omertà è giusto parlare per quanto riguardo Roma, altra città d’arte dove gli edifici storici più che crollare sono letteralmente abbattuti. Nella capitale dell’onestà targata 5 Stelle è stato considerato legittimo l’abbattimento d’un villino del 1930 in stile Liberty nel famoso quartiere Coppedè. Poco importa che il parlamento abbia decretato che i beni storici con più di settant’anni siano intoccabili. Nell’Italia di oggi un privato scellerato può distruggere a proprio piacimento perfino la storia dell’architettura nel totale silenzio generale. Nessun vincolo invocato dal Ministro Franceschini, dal Soprintendente Prosperetti o dal Sindaco Raggi, paladina della giustizia e della legalità. Anche col suo silenzio e la sua omertà un edificio storico e di intramontabile bellezza è stato coattamente abbattuto per far posto ad una volgarissima palazzina, un progetto grottesco tollerato da lei e dal resto dell’amministrazione. Le ragioni della speculazione insensibile al bello continuano ancora una volta a infangare la città di Roma. Con pratiche iconoclastiche degne dell’Isis la capitale raggiunge livelli d’inciviltà da terzo mondo, siccome oggi in Europa in capitali come Vienna, Praga e Budapest questo imbruttimento volontario non sarebbe minimamento contemplato.

Inutile poi nascondersi dietro alle solite scuse “la Raggi non ne poteva niente” ed “è colpa della vecchia amministrazione”. Lo scellerato progetto si conosceva da anni e Virginia Raggi non è sindaco di Roma da ieri, ma da giugno 2016. Qualcuno dirà che non è nei poteri del sindaco porre vincoli architettonici ma spetta al ministero dei Beni Culturali e alle Soprintendenze, ma questi altro non sono che voli pindarici burocratici e giustificazioni a fronte dell’omertà e dell’incapacità dimostrata. Il sindaco d’una capitale può fare tanto eccome, a partire dalle pressioni che può esercitare proprio sul ministero e sul soprintendente. Si parla dopotutto del sindaco di Roma e non d’un consigliere comunale qualunque di provincia. Vittorio Sgarbi, per esempio, riuscì a suo tempo anche non in veste di sindaco a far vincolare beni come il porto vecchio di Trieste evitandone la distruzione per lasciar posto a dei grattacieli.

Anche il solo silenzio è complicità. Se davvero non si è potuto agire politicamente (cosa da escludere) ci fosse stata almeno la decenza di denunciare il tutto, di fare appelli, di protestare e perfino di incatenarsi lì davanti a quel villino Liberty, a difesa del bello che è stato barbaramente abbattuto dall’immancabile mafia dei palazzinari. Se il sindaco d’una città come Roma non riesce a esserne all’altezza e ad evitare sfregi del genere al patrimonio artistico cittadino, abbia almeno il buon gusto di cambiare mestiere.

Alberto Tosi

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