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Roma, 25 giu – Esattamente un secolo fa, le grandi democrazie occidentali rifiutavano formalmente il principio dell’eguaglianza di tutte le razze. Accadeva alla Conferenza di pace di Parigi che, nel 1919, si occupò di ufficializzare la situazione internazionale determinata dal risultato della Prima guerra mondiale. La conferenza si aprì il 18 gennaio nella sala dell’orologio del Quai d’Orsay, sede del ministero degli Esteri francese. Uno degli obbiettivi della conferenza era creare un organismo internazionale in grado di prevenire, in futuro, altri conflitti di quella portata: la Società delle nazioni.

Seduto tra i vincitori che riscrivevano le regole internazionali c’era anche il Giappone, che disponeva di due seggi, al pari di Usa, Gran Bretagna, Francia e Italia. Le richieste di Tokyo riguardavano per lo più le ex colonie tedesche in Asia, in particolare lo Schantung (Shandong, in cinese). Ma, in generale, il Giappone cercava di accreditarsi come una grande potenza, degna di stare al tavolo con i principali Paesi occidentali. Ed è proprio in questo senso che Tokyo portò avanti la sua battaglia per far riconoscere ufficialmente dalla conferenza l’eguaglianza di tutte le razze. La posta in gioco non era ideale, ma pratica: si trattava di reclamare il proprio “posto al sole”. Il console del Giappone a Sidney, nel 1901, aveva del resto già spiegato che i suoi compatrioti chiedevano di non essere più considerati al livello “dei cinesi, dei kanakas, dei negri, degli abitanti delle isole del Pacifico, degli indiani e degli altri popoli orientali”.

Il veto dei “democratici”

Insomma, l’uguaglianza delle razze era reclamata per rivendicare il proprio rango. Che, tuttavia, gli occidentali non avevano alcuna intenzione di concedere. Accadde quindi che, il 13 febbraio 1919 il Giappone, per bocca del barone Makino suo portavoce, propose d’inserire nel testo del patto di Versailles la seguente norma: “L’eguaglianza delle nazioni essendo un principio fondamentale della Società delle Nazioni, le Alte Parti Contraenti convergono di accordare, al più presto possibile, a tutti gli stranieri che abbiano la cittadinanza di uno Stato membro della Società, un eguale e giusto trattamento in ogni riguardo, senza fare distinzioni, o in diritto o in fatto, basate sulla loro razza o nazionalità”. La proposta, tuttavia, saltò per il veto opposto principalmente da Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti.

Nell’ultima sessione, i giapponesi ci riprovarono con una proposta più modesta: al posto di un articolo apposito, proposero di inserire nel preambolo “l’accettazione del principio dell’eguaglianza delle nazioni e del giusto trattamento dei loro cittadini”. Scompariva, insomma, il termine “razza”. Italia e Francia sposarono la proposta, che passò ai voti e ottenne 11 voti su 17. Ma Woodrow Wilson, presidente della commissione, dichiarò che, mancando l’unanimità, il provvedimento non poteva essere approvato. Pur di non dar seguito alle proposte nipponiche, gli Usa preferirono cedere sulla questione dello Shantung (in cui peraltro erano presenti ben 36 milioni di cinesi), determinando così il rifiuto della Cina di firmare il trattato di pace. Alla fine, il 28 giugno 1919, il Patto fu firmato senza alcuna menzione della eguaglianza delle razze. Lo stesso argomento su cui, pochi anni dopo, le grandi democrazie occidentali finiranno per accalorarsi tanto.

Adriano Scianca

 

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