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easyjoint marijuanaRoma, 22 lug – In Italia è possibile arricchirsi legalmente con la marijuana? Pare proprio di sì.  Anzi, il settore è in grande espansione. La notizia viene data, con un certo compiacimento, da Giacomo Talignani su La Repubblica. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, ci parla del successo di EasyJoint, primo produttore della “marijuana legale”, che in soli quarantacinque giorni ha incassato mezzo milione di euro.

La nuova start up della canapa ha presentato a maggio scorso il suo prodotto di punta: l’Eletta Campana. Si tratta di un’erbetta light che può essere venduta liberamente in quanto contiene solo lo 0,6% del principio psicoattivo della marijuana (il limite consentito dalla legge). Luca Marola, uno dei fondatori della società, ha rivelato a La Repubblica che il loro successo: “Più che un obiettivo commerciale, ha una missione sociale: mostriamo come potrebbe essere la legalizzazione. È vero, abbiamo avuto un fatturato molto alto in questi primi giorni, ma con l’investimento fatto per ora i guadagni si fanno attendere”. In queste dichiarazioni si concretizza il delirio progressista: va bene la trasgressione ma solo se fa bene alla salute. Questo, però non basta. Il capriccio facilmente si trasforma in un diritto da reclamare a gran voce. Federcanapa ha chiesto ad un esperto di settore di capire quale poteva essere il giro d’affari della cannabis light in Italia. Per questo è stato chiamato Davide Fortin della Sorbona di Parigi, ricercatore del Marijuana Policy Group di Denver, lo stesso che si è occupato della consulenza sulla legalizzazione in altre aree del mondo, come il Canada. Secondo Fortin: “Con un quadro legislativo ad hoc, le attività commerciali di cannabis light in Italia potrebbero generare un fatturato annuo minimo di circa quarantaquattro milioni creando l’equivalente di almeno 960 posti di lavoro fissi. Inoltre, poiché la filiera produttiva è quasi totalmente confinata in Italia, le previsioni circa le oltre 20 tonnellate acquistate porterebbero all’erario una tassazione minima annua attorno ai 6 milioni di euro”. Insomma, abbiamo buone possibilità di competere con la Jamaica.

La legalizzazione della cannabis, però, può contare anche su uno sponsor eccellente: il magnate e filantropo George Soros. Secondo un’inchiesta del Daily Mail, il miliardario americano, di origini ungheresi, finanzia la Drug Policy Alliance, (un ente no-profit a cui il magnate darebbe 4 milioni di dollari annui) l’ American Civil Liberties Union, altra organizzazione tesa a finanziare iniziative per la per la legalizzazione della marijuana e la Marijuana Policy Project. Inoltre negli Stati Uniti ha finanziato tre referendum antiproibizionisti: in California, in Colorado e nello stato di Washington D.C. La battaglia di Soros a favore della droga libera ricorda i suoi interventi a favore degli immigrati o delle minoranze. Con la scusa dei diritti civili cerca di imporre la sua visione del mondo. E purtroppo ci riesce benissimo.

Tornando alla legalizzazione della cannabis, fatte salve tutte le eccezioni di carattere terapeutico, per non subire l’influenza di Soros &Co è necessario essere assertivi e non porsi sulla difensiva. Non è facile ma Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia venticinque anni fa, ci riuscì benissimo. Allora Marco Pannella ed Emma Bonino si scagliavano contro il proibizionismo che, a loro dire, favoriva la mafia. Le loro fragili tesi furono stroncate dalle parole del giudice palermitano: “Forse non si riflette che la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi avviene che le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino. Resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso, perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi alle categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe ad alimentare inoltre le droghe più micidiali, cioè quelle che non potrebbero essere vendute in farmacia non fosse altro perché i farmacisti a buon diritto si rifiuterebbero di vendere. Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si leverebbero queste unghia all’artiglio della mafia”. Dunque, parafrasando un motto del Fronte della Gioventù dell’epoca possiamo dire: “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Emma Bonino”.

Salvatore Recupero

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