Roma, 7 febbraio – È discussione politica e mediatica di questi giorni un probabile ritiro militare delle truppe italiane stanziate in Afghanistan. Laggiù in quelle terre aride però, dal 2002 i nostri soldati hanno dato una grande contributo di sangue per servire una guerra mossa forse più dall’imperialismo a stelle e strisce che non da un effettiva volontà di pace. Pace che però, va sottolineato, i soldati con lo scudetto tricolore sul braccio hanno sempre cercato di far rispettare. Anche a costo della vita stessa. In 16 anni sono 54 i ragazzi dell’esercito italiano caduti in Afghanistan, di cui la maggior parte non ha mai trovato giustizia, né tra i giudici o sulla sabbia del paese degli aquiloni, né a casa, qui in Italia, dove i tribunali si arrendono davanti al primo “campo minato” della burocrazia o dove, a volte, troviamo esseri invertebrati che gioiscono della morte dei propri connazionali, arrivando a sputare sulle bare e sul ricordo con scritte e slogan carichi di odio.

Sono purtroppo in molti ad essere abituati a pensare agli alpini unicamente come corpo di omoni barbuti e goliardici, famosi in tutto il mondo per l’impegno di protezione civile e le oceaniche adunate di effettivi e congedanti; ma va ricordato però, che le penne nere non sono solo questo, anzi. Era il 18 gennaio 2011 quando un talebano infiltrato tra i soldati regolari afghani iniziò a sparare contro gli alpini della Brigata Julia a un checkpoint della base di Bala Murghab, gestito dai militari italiani per controllare la frontiera con il Turkmenistan. Nell’attentato rimase ucciso il caporalmaggiore trentatreenne Luca Sanna, dell’VIII reggimento alpini, originario della Sardegna e alla sua seconda missione in Afghanistan. Insieme a lui, viene ferito anche il suo giovane commilitone ventunenne Luca Barisonzi, rimasto paralizzato.

Attacchi chiamati “Green on blue”

Nel codice militare della guerra afghana questi attacchi terroristici inaspettati vengono chiamati “green on blue” e rappresentano la minaccia maggiore per i soldati in forza alla Nato. Dall’inizio del conflitto sono infatti moltissimi i casi dove a sparare contro le truppe del patto atlantico sono stati proprio i militari afghani che i soldati occidentali addestrano per l’autodifesa del nuovo stato democratico. Nei momenti concitati di quel 18 gennaio del 2011 l’attentatore islamico fuggì alla cattura ma venne identificato nei registri afghani in Gulob, figlio di Allah Mir. Aperta l’inchiesta italiana dalla procura di Roma, nel 2014 il terrorista viene rinviato a giudizio ma la Corte d’Assise annullò il processo in quanto il decreto “non era stato tradotto in lingua comprensibile all’imputato”. Nonostante l’Afghanistan vanti alcune tra le università più rinomate di tutto il Medioriente, l’analfabetismo è molto diffuso sopratutto tra contadini, pastori e fondamentalisti che non accettano insegnamenti al di fuori del Corano. Questo porta all’allungamento delle tempistiche di un anno per tradurre gli atti e ripetere il rinvio a giudizio.

L’inchiesta italiana: se il “garantismo” diventa stupidità

Tornando in Corte d’Assise nel 2015 però, emerge un altro problema ad oggi insuperabile, ovvero l’entrata in vigore del nuovo regolamento giudiziario, ispirato al principio garantista che “se non c’è prova che l’imputato sia a conoscenza del processo a suo carico, lo stesso viene annullato”. Capirete anche voi però che, in questo caso, è pressoché impossibile oltre che tremendamente stupido, informare un latitante semi sconosciuto nascosto da anni sui monti dell’Afghanistan e che probabilmente sta continuando la sua guerra santa col volto nascosto nella kefiah. Il legale di Barisonzi e dei familiari di Sanna ha giustamente sostenuto che le nuove regole non andavano applicate per quell’attentato anche perché, all’epoca del primo rinvio in giudizio, era in vigore una norma transitoria che richiedeva solo la dichiarazione di contumacia per l’imputato. La Corte d’Assise italiana non ha accettato il suo ricorso e i magistrati hanno preteso ricerche nel villaggio d’origine del terrorista per accertarne la latitanza. Come se il guerrigliero islamico non aspetti altro che trovare un agente della polizia militare che venga a bussargli alla porta per consegnare una raccomandata in arrivo da Roma.

Oltretutto Zuf Saman, il villaggio in questione, si trova a nord nella regione di Kunduz, roccaforte talebana per eccellenza, proibita alle forze Nato, dove dal 2015 continuano senza sosta gli scontri, non ultimo quello di pochi giorni fa dove 26 soldati regolari afghani sono stati massacrati dai fondamentalisti islamici. I Carabinieri in forza al contingente afghano infatti, nel febbraio 2016 hanno risposto formalmente alla Corte d’Assise che si trattava di una missione impossibile “stante lo stato di guerra del territorio”. Tutto ciò ha portato la giustizia italiana ad azzerare incredibilmente il processo per la seconda volta, continuando a richiedere, secondo il nuovo codice, una certificazione che attesti l’irreperibilità del terrorista, mandando dunque altri carabinieri nella fortezza talebana a rischiare la vita per un pezzo di carta perché, se l’imputato non viene informato del processo, serve la “prova della volontaria sottrazione alla conoscenza del procedimento”.

L’oltraggio al sacrificio di due soldati

Come sottolinea l’avvocato Fiore che assiste la causa dei due alpini, “per questi soldati che hanno, sia pur in modo diverso, sacrificato la loro vita al servizio dello Stato durante una missione di pace, non vi è neppure la possibilità di vedere sanzionato, sia pur solo sulla carta, chi è responsabile di quel sacrificio. Una condanna che, pur senza conseguenze concrete, avrebbe comunque per loro un importante valore morale“. A simili strafalcioni eravamo purtroppo abituati nel corso degli ultimi governi tecnici o a guida centrosinistra. Ma oggi, con un ministro Salvini perennemente in divisa che chiede la militarizzazione delle strade italiane, ci aspettiamo che il leader del carroccio si rimbocchi davvero le maniche della mimetica portando l’intero parlamento a varare una modifica a questo blindato quanto vergognoso regolamento. Regolamento che non tiene conto dei pericolosi scenari e vicende in cui possono accadere simili fatti fisicamente e socialmente lontanissimi dalle aule italiane.

Non è accettabile che venga negata la giustizia a chi, per gli accordi istituzionali tra Italia e Nato, è stato ordinato di andare a combattere in fronti caldi come Afghanistan e Iraq, lasciando a terra decine di connazionali rientrati a casa in una bara avvolta nel tricolore. Non è accettabile che, per colpa di assurdi ostacoli burocratici, dopo 8 anni non vi sia ancora giustizia per fieri alpini come il nostro Luca Barisonzi, oggi atleta paraolimpico padre di una figlia, costretto su una sedia a rotelle cingolata con la quale ha conquistato la cima del Monte Rosa, a 4.634 m.slm, vetta ardita e leggendaria per alpinisti e alpini. Da buon alpino Luca non si arrende e, oltre a continuare a lottare in tribunale, tutt’ora è sotto duro allenamento per partecipare alle prossime paralimpiadi.
Un esempio di dovere e coraggio per ogni italiano bloccato davanti agli ostacoli futili della vita. Un esempio di dovere e coraggio per politici e giudici bloccati davanti agli assurdi ostacoli di una burocrazia ceca.

Andrea Bonazza

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