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Roma, 23 mar – La carenza di vitamina D sembra favorire, in coloro che hanno contratto il coronavirus, forme più virulente – e quindi pericolosa per la vita – di Covid-19, ovvero «stadi clinici» della malattia «più compromessi».

Lo rivela uno studio retrospettivo, condotto su 52 pazienti e pubblicato sulla rivista medica Respiratory Research, che ha visto la partecipazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dell’ospedale Sant’Andrea di Roma e di altre istituzioni. Nonostante gli studiosi puntualizzino come sia «difficile sostenere se l’integrazione di vitamina D possa svolgere un ruolo nel combattere la gravità della malattia e ridurre la sua mortalità»,  la raccomandazione di provvedere a un giusto apporto di vitamina D per scongiurare forme gravi di Covid rimane «una raccomandazione utile e sicura per quasi tutti i pazienti».

Lo studio dà ragione a Remuzzi

Un’esortazione che dà sostanzialmente ragione al professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri. Remuzzi è autore di un documento, efficace ma largamente inascoltato, ad uso dei medici di famiglia per curarsi a casa in sicurezza. Tra le varie indicazioni, c’è il – fino ad ora – contestato suggerimento di assumere in maniera preventiva il giusto apporto di Vitamina D.  

I pazienti con bassi livelli di vitamina D contraggono forme più gravi della malattia

Nell’indagine i ricercatori hanno correlato, «per la prima volta», i livelli di vitamina D contenuti nel plasma sanguigno «a quelli di diversi marcatori (di infiammazione, di danno cellulare e coagulazione) e ai risultati radiologici tramite Tac durante il ricovero per Covid-19», espone Francesco Facchiano, ricercatore dell’Iss, coautore dello studio. Il risultato dell’osservazione? «I pazienti con bassi livelli plasmatici di vitamina D, indipendentemente dall’età, mostravano una significativa compromissione di tali valori», cioè presentavano «risposte infiammatorie alterate e un maggiore coinvolgimento polmonare». Cioè le condizioni che determina una maggiore gravità della malattia.

La VitD non è un semplice micronutriente

Allo studio hanno partecipato 52 pazienti affetti da Covid-19 con coinvolgimento polmonare (27 femmine e 25 maschi, età mediana di 68,4 anni). L’80% dei pazienti presentava livelli carenti di vitamina D «con livelli plasmatici di VitD molto bassi, sotto 10 ng/ml». Nel 6,5% erano «insufficienti» e «normali» nel 13,5%. «Recenti osservazioni hanno dimostrato che la vitamina D non è un semplice micronutriente coinvolto nel metabolismo del calcio e nella salute delle ossa. Svolge anche un ruolo importante come un ormone pluripotente in diversi meccanismi immunologici. È noto che i suoi recettori sono ampiamente distribuiti in tutto l’organismo e in particolare nell’epitelio alveolare polmonare».

Nonostante «gli effetti in vivo della vitamina D» non siano «completamente compresi – si legge nello studio – una serie di osservazioni» ne sottolineano il ruolo «nello sviluppo delle malattie polmonari. La sua insufficienza è stata collegata alle infezioni virali del tratto respiratorio inferiore e all’esacerbazione delle malattie polmonari ostruttive croniche e dell’asma. Inoltre, i soggetti con bassi livelli di vitamina D al momento del test Covid-19 erano a più alto rischio di essere positivi rispetto ai soggetti con sufficiente stato di VitD».

Cristina Gauri

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1 commento

  1. Che geni, che scoperta! E’ da anni che la carenza di vitamina D, sempre con il condizionale (!) scientifico, è ritenuta terreno fertile per l’ infiammazione, per il rigetto di molte terapie invasive.

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