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suicidi21Roma, 10 apr – Negli ultimi anni, con il sopraggiungere della crisi economica iniziata nel 2008, i suicidi degli imprenditori, dei disoccupati e dei licenziati hanno riempito le pagine dei giornali e i titoli dei Tg. Premettendo che il suicidio è un disperato gesto estremo che nasconde una profonda tragedia umana e come tale merita il massimo rispetto, è bene, per una maggiore comprensione, affrontarne le diverse componenti.

Link Lab, il Laboratorio di Ricerca Socio-Economica dell’Università degli Studi Link Campus University, che da oltre tre anni studia il fenomeno, ha reso noti, recentemente, i dati complessivi di un’attività di monitoraggio avviata nel 2012 e durata 3 anni. Nel 2012 i casi di suicidio registrati per motivi economici sono stati 89, 149 nel 2013 fino ad arrivare a 201 persone che si sono tolte la vita, per tali motivi, nel 2014. In un altro studio condotto da ISTAT sono stati 150 i suicidi con movente economico nel 2008, passando a 198 nel 2009, e scendendo a 187 nel 2010. Dai dati è facilmente riscontrabile che il numero dei suicidi legati a motivazioni economiche sia sensibilmente aumentato negli ultimi 10 anni.

Inoltre, i dati evidenziano come quasi una persona su due decide di farla finita a causa di una malattia mentre la seconda causa di suicidio è affettiva: le persone che si sono tolte la vita per questioni di cuore sono quasi il doppio rispetto a chi l’ha fatto per il conto in banca. Per un caso su tre non è stato possibile rintracciare la motivazione del gesto.

Analizzando i dati relativi agli altri paesi europei in concomitanza della crisi, si rileva che in Germania, economicamente più stabile, il numero dei suicidi è quasi doppio rispetto all’Italia e in Finlandia, dove la qualità della vita è molto più alta, i suicidi sono quattro volte superiori ai nostri. La Grecia, in assoluto il paese più colpito dalla crisi economica, esibisce, paradossalmente tassi di suicidio più bassi d’Europa (Eures). Come può essere spiegata questa tendenza? Sicuramente genetica, cultura e tradizione giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo delle patologie depressive.

Il suicidio è un atto che necessita di una più vasta e complessa analisi rispetto a quella superficiale fornita dai media. Tasse, difficoltà economiche, debiti e licenziamenti possono senz’altro indurre a compiere una follia tanto grande come il suicidio ma non sono le uniche cause a concorrere. Esso può sicuramente essere innescato da fatti contingenti che esasperano maggiormente una situazione già complessa ma questo si verifica in personalità già sofferenti, fragili e vulnerabili. Inoltre nel 90% dei casi, chi compie questi gesti estremi già da tempo era “entrato” nella patologia psichica, prevalentemente depressiva, che toglie la possibilità di trovare soluzioni alternative alla disperazione. Per questi motivi, interpretare i dati sopracitati esclusivamente legandoli alla crisi è sicuramente una forzatura ed è anche pericoloso perché il fenomeno dei suicidi è a forte rischio di emulazione. L’emulazione è stata scientificamente provata da studi epidemiologici internazionali: le notizie dei suicidi, se presentate in modo teatrale e sensazionalistico inducono ad altri suicidi, innescando un rischioso effetto domino. I mezzi di comunicazione possono appunto giocare un ruolo importante, glorificando e romanticizzando tale gesto, provocando un grande impatto emotivo e mediatico.In verità, gridare all’omicidio di Stato sarebbe come dire che il suicida non abbia alcuna responsabilità nel gesto che egli stesso decide di compiere. Ed è proprio questo “messaggio” che può favorire l’emulazione. La deresponsabilizzazione porterebbe a credere che il persecutore è lo Stato e questa credenza è un’ottima alleata per la messa in atto del gesto distruttivo in persone disperate, travolte dalla vergogna e dai sensi di colpa.

Un altro aspetto da approfondire è il concetto di successo e fallimento che sono due facce di una stessa medaglia. L’obiettivo che ormai da anni domina la vita delle persone è il successo inteso nei vari ambiti come carriera, stile di vita, agi, notorietà e anche in amore. Chi non riesce a conquistare la vagheggiata vetta si sente un fallito anche se non è affatto in coda nella scala sociale ma semplicemente più in basso. Ciò viene vissuto come una dura sconfitta. Successo e fallimento sono l’espressione di un narcisismo esasperato nonché di un amore patologico per sé stessi. In caso di fallimento la vendetta va compiuta in modo eclatante fino al punto di trasformarsi anch’essa in un successo con l’obiettivo di fare notizia, essere ricordati dalla comunità per aver agito una vendetta sociale.

Probabilmente tutto ciò è il frutto di un’epoca dove il consumismo vince sulla cultura, l’emotività sulla responsabilità e il narcisismo sul bene comune.

L’Oms (Organizzazione Mondiale di Sanità) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. A tal fine sarebbe auspicabile il potenziamento dei servizi di salute mentale in questo periodo di recessione, dal momento che le persone hanno difficoltà a chiedere aiuto e non solo per motivi economici. Sarebbe necessario fornire degli spazi in cui gli specialisti tramite la psicoterapia e gruppi di aiuto possano dare la possibilità alle persone di relazionare il proprio vissuto di disperazione, i propri sensi di colpa, e, qualora fosse possibile, anche assumersi la propria parte di responsabilità.

Marta Stentella

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