Roma, 27 nov – La tragedia di Ischia riporta in cima alle cronache la questione del dissesto idrogeologico, tema “sepolto” sotto la scusante del cambiamento climatico per nascondere l’assoluta carenza di risorse necessarie a mettere in sicurezza il nostro territorio.

La penisola italiana è un contesto fragile e delicato. Praticamente da sempre. E non per ragioni di malagestione, bensì per la sua peculiare conformazione orografica. Secondo il Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia, pubblicato da Ispra lo scorso autunno, circa il 5,4% del territorio nazionale è ad alto rischio allagamento. Parliamo di una porzione della penisola in cui risiede più del 4% della popolazione e dove è collocato circa l’8% del nostro patrimonio artistico. A medio rischio di allagamento si trova invece il 10% del territorio: qui risiedono l’11,5% degli italiani ed sono ubicati il 16,5% dei beni culturali. Da qui la necessità, per evitare che una delle caratteristiche che rendono il nostro ambiente così invidiato in termini di biodiversità – ma anche di bellezza paesaggistica – di investimenti continui nel tempo. Interventi alla radice da un lato, manutenzione costante dall’altro.

Dissesto idrogeologico: dove sono gli investimenti?

Sempre l’Ispra ha censito, tramite la piattaforma Rendis (Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo), oltre 6mila opere in corso, per un totale di poco superiore a 6 miliardi di euro impegnati. Questo a fronte di quasi 8mila «proposte progettuali attive, per un importo complessivo pari a 26,58 miliardi». La differenza, all’incirca 20 miliardi, è ciò che di fatto manca alla cura del territorio. Una somma impressionante, in qualche modo «figlia» delle politiche di austerità che hanno trascinato al ribasso gli investimenti pubblici nel corso degli ultimi anni: erano pari a 60 miliardi nel 2010, sono scesi a 40 nel 2014 e da lì non si sono pressoché più schiodati.

A poco servirà il Pnrr, nonostante venga ammantato di chissà quali virtù salvifiche. Il motivo è presto detto: all’interno del piano, i capitoli di spesa legati – direttamente o indirettamente – alla questione totalizzano 8,49 miliardi, di cui però solo 2,49 esplicitamente dedicati a «misure […] per la riduzione del rischio idrogeologico» (Missione 2, Componente 4, Investimento 2.1). Somma che, peraltro, comprende al suo interno opere per le quali i fondi sono già stati a suo tempo stanziati e che vengono dunque solo «sostituiti» dalle risorse comunitarie. Con il risultato che l’incremento netto di investimenti a mitigazione del dissesto idrogeologico si riduce ad una manciata di centinaia di milioni aggiuntivi. Del tutto insufficienti a colmare la distanza con i miliardi che servirebbero.

Filippo Burla

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