Pochi concetti esprimono meglio il punto di vista dell’ambientalismo contemporaneo, in tutte le sue forme, di quello di «impronta ecologica». Si tratta dell’indice statistico che confronta il consumo umano di risorse naturali di una certa porzione di territorio con la capacità della Terra di rigenerarle. È grazie a questo concetto che ogni anno, a una certa data, si celebra con grandi fanfare mediatiche il momento in cui cominciamo a vivere «a spese del pianeta». Il concetto di «impronta ecologica» nasce con il libro del 1996 Our Ecological Footprint, scritto da William Rees, ecologo presso l’Università della British Columbia, e da un suo studente, lo svizzero Mathis Wackernagel. Quest’ultimo ha poi fondato il Global footprint network, Ong ambientalista e, ovviamente, anche molto antirazzista, femminista etc.



La vulgata verde sull’«impronta ecologica»

Nei vari siti della galassia decrescentista esiste anche un calcolatore personalizzato in cui ciascuno, rispondendo a delle semplici domande come «Quanto spesso mangi carne, pesce e altri derivati animali?», o «Hai energia elettrica in casa?», può calcolare il proprio personale overshoot day. Nel caso del sottoscritto, l’inquietante risultato è stato: «Il tuo personale Giorno del sovrasfruttamento della terra è: 19 aprile. Se tutti avessimo il tuo stile di vita, l’umanità avrebbe bisogno di 3,3 pianeti terra». È la versione ambientalista e pretesamente scientifica del caro vecchio «finisci le verdure, ché in Africa c’è chi muore di fame». Se un bambino nigeriano è denutrito, è colpa tua. Se i ghiacci si sciolgono, è colpa tua.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di novembre 2021

Sylvie Brunel, docente alla Sorbona, ha tuttavia criticato il concetto di impronta ecologica nel suo Développement durable, spiegando che il calcolo che ne è alla base «misconosce tutte le acquisizioni del progresso tecnico, riposa su delle basi altamente discutibili, la cui caratteristica è di penalizzare sistematicamente tutte le attività legate alla modernità». Inoltre, «quando un dato non entra nel suo sistema di calcolo, l’impronta ecologica non ne tiene conto, molto semplicemente. Pensiamo all’energia nucleare: impossibile calcolare il numero di ettari bioriproduttivi necessari per “compensare” l’energia nucleare. Dunque non se ne tiene conto!».

Il peccato originale

Filosoficamente, tuttavia, il concetto di impronta ecologica ha una sua pregnanza: l’uomo è peccatore perché lascia la sua impronta su una terra altrimenti vergine. La natura è buona, perché inviolata. Poi arriva l’uomo, ci mette il suo zampino, e rovina tutto per sempre. La natura è «liscia», l’uomo la incide, la sovrascrive, la scava, la trasforma. Tracciando solchi su di essa, egli la deturpa per sempre. L’ecologia sarebbe appunto l’imperativo morale («giù le mani!»), e il relativo disciplinamento comportamentale, derivati dal riconoscimento di tale colpa ancestrale. Giù le mani, perché quelle mani lasciano impronte ecologiche indelebili.

Questa allucinazione anti-umana fu denunciata, nel 1977, da Alain de Benoist, che su Éléments illustrò gli equivoci dell’ecologia con toni e argomenti molti diversi da quelli che il francese ha invece adottato di recente. «Per quanto i fautori dell’ecologia continuino a parlare dell’ecosistema e dell’interdipendenza dei sistemi viventi», scriveva, «in realtà si comportano come se la natura esistesse, immutabile, da tutta l’eternità – così che saremmo arrivati ​​al punto in cui questa natura non potrebbe più sostenere le “aggressioni” dell’umanità. Tuttavia, questa natura non esiste. Da quando vive l’uomo, non è mai esistita. Il mondo che ci circonda non è altro che quello che l’uomo si è dato, lasciandovi costantemente il segno».

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E ancora: «Quando l’ecologia dice che l’uomo ha distrutto degli equilibri “naturali”, c’è un equivoco sul termine. Poiché questi equilibri che l’uomo ha distrutto erano degli equilibri che egli aveva anche prodotto. Essi non erano dunque “naturali” che in quanto erano visti come tali – ma, di fatto, è ancora dall’uomo (e dunque dalla cultura) che essi provenivano». Anni dopo, è stato Stefano Vaj, nel suo Biopolitica: il nuovo paradigma, a ricordare che chi immagina la natura «come un incrocio tra uno zoo, un giardino, un frutteto e un campo da golf, non si rende conto di…

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