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FM26012015-figura_1Roma, 26 gen – Tre grandi scienziati americani lo avevano anticipato lo scorso dicembre: la pistola fumante del riscaldamento globale del clima non deve essere cercata tanto nelle temperature superficiali della Terra quanto nel calore “nascosto” nelle profondità degli oceani.

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Flussi di calore nelle diverse componenti del sistema Terra

John Abraham, professore di scienze termiche all’università di St Thomas, John Fasullo, ricercatore climatico al centro nazionale per le ricerche in atmosfera di Boulder, Colorado, e Greg Laden, paleoantropologo e comunicatore scientifico, in una importante pubblicazione puntualizzavano un’evidenza scientifica di enorme importanza, che il 93,4% del calore aggiuntivo prodotto dalle attività umane finisce per scaldare gli oceani, almeno fino a 2mila metri di profondità. Aggiungendo che con i dati fino allora disponibili non solo non risultava alcuna “pausa” del riscaldamento globale come qualcuno (sempre meno, per la verità) ha sostenuto fino alla fine dell’anno scorso, ma anzi questo stava progressivamente accelerando, solo che negli ultimi 15 anni gran parte del calore prodotto dai processi energetici necessari alle attività umane, a causa di fluttuazioni naturali, si era nascosto negli oceani, e soltanto dal 2010 aveva cominciato a riemergere alla superficie, producendo i record di caldo misurati dai termometri in quell’anno e, infine, nel 2014 stesso, come abbiamo recentemente documentato su queste colonne.

Ora però la NOAA, agenzia Usa per l’oceano e l’atmosfera, ha rilasciato gli ultimi dati sull’accumulazione del calore negli oceani, e ne emerge in quadro impressionante.

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Anomalie delle Temperature globali e del Calore nascosto negli oceani

La velocità del riscaldamento degli oceani negli ultimi 20 anni è stato doppio rispetto a quello dei precedenti 40 anni, e negli ultimi 10 anni (2005-2014) è stato del 30% più rapido rispetto al decennio precedente .

Il grafico precedente include, oltre alle tendenze del calore negli oceani, anche la serie delle temperature di superficie su dati NOAA-NCDC: è evidente come a fronte di un’accumulazione continua e sempre più rapida del calore nelle acque, la variabilità naturale gioca ancora un ruolo importante alla superficie, sia pure immersa in una tendenza complessiva al riscaldamento.

Sempre nell’ultimo decennio, il calore immagazzinato negli oceani equivale a quello prodotto dall’esplosione di 160 milioni di bombe atomiche di Hiroshima ogni anno, cioè circa 5 bombe atomiche da 15 kTon al secondo, una misura che forse rende meglio l’idea.

Nessun fenomeno naturale, per esempio i cambiamenti dell’attività solare e di quella vulcanica, può anche lontanamente spiegare una simile accumulazione di calore che, se dovesse manifestarsi completamente alla superficie, porterebbe già allo stato attuale le temperature che sperimentiamo quotidianamente ad aumentare ben oltre la soglia dei 2 gradi considerata “di sicurezza” rispetto a mutamenti molto profondi e irreversibili degli ecosistemi.

Il cambiamento climatico è quindi un problema reale e globale; senza scadere in facili allarmismi, non si può evitare comunque di osservare che volgere tutte le energie e le decisioni politiche alle questioni finanziarie anziché alla riconversione del sistema energetico e industriale e alla salvaguardia del territorio mediante impegnativi piani di opere pubbliche certamente non aiuta nello sforzo di moderare il riscaldamento o, in subordine, di tentare di adattarvisi.

Francesco Meneguzzo

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