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Sanremo, 4 mar – Si taccia di provincialismo il festival di Sanremo perché fa esibire vecchie glorie come Loredana Berté o Orietta Berti, ma il vero spettacolo “a buon mercato” è Achille Lauro. Tra lustrini, glam rock citato ad minchiam e i soliti simboli della Chiesa cattolica reinventati in chiave choc, è tutto un eterno ritorno della provocazione un tanto al chilo.



Achille Lauro, Sanremo e sbadigli

Probabilmente Amadeus credeva di aver fatto la cosa giusta invitando come ospite fisso al festival di Sanremo 2021 Achille Lauro: in fondo, anche se non ha vinto nulla, è stato uno dei personaggi più chiacchierati dell’edizione scorsa, con i suoi cambi di abito e le mise stravaganti. A quanto pare, però, nonostante la presenza in teoria provocatoria dell’ex trapper, gli ascolti latitano, tanto che al conduttore è restato di vantarsi della “partecipazione social” dal palco dell’Ariston. Zero pubblico in sala, poco davanti alla tv.

Black Brain

“Glam rock” e fluidità ad minchiam

Lauro nel frattempo (ma aveva dato segni di squilibrio già lo scorso anno) s’è montato un attimo la testa: si presenta sul palco vestito da punk di Ken Shiro e cita a sproposito il glam rock di Bowie, T-Rex e compagnia cantante, quando la sua musica di glam o anche solo di rock non ha nulla. Pontifica sui social della sua “fluidità” di genere, quando è chiaramente un eterosessuale che sta giocando con le sue sembianze perché questo è ciò che “tira”: criticarlo per questo equivarrebbe ad essere omofobi, e questo lo classifica automaticamente come uno dei “buoni”. E dato le sue provocazioni di originale non hanno nulla, finiscono sulla copertina di Vanity Fair e così l’ex trapper può tirare in ballo anche Dio, grande leit motiv dei ribelli da rivista patinata.

Vanity Fair, la Ferragni madonna e ora pure Lauro

Lo stesso Vanity Fair, ricordiamo, non è nuovo a queste provocazioni: è sulle pagine della rivista che Chiara Ferragni è stata esibita come novella Madonna, mentre i trans in copertina rappresentavano le donne italiane. Quindi dopo Madonna negli anni ottanta, Dolce e Gabbana e tutta l’iconografia cristiana riadattata alla passerella, Lady Gaga, la stessa mente creativa di Gucci Alessandro Di Michele per finire, appunto, con la Ferragni “madonnizzata” anche Lauro usa i simboli e lo “stile” della Chiesa cattolica per far parlare di sé.

“Mi accuseranno di blasfemia”: anche no

«Cari lettori, care lettrici, per questa copertina, so che mi accuseranno di blasfemia, ma i santi e le Madonne sono immagini che fanno parte della mia storia, della mia gallery esistenziale. Anche grazie a loro, ho imparato a generare me stesso, senza aiuti, trattando la creatività come uno Spirito Santo” scrive Achille Lauro nella sua “lettera” a Vanity Fair, che gli dedica anche la copertina  «Io faccio tutto questo per non venir banalizzato dentro uno stereotipo», scrive ancora, non sapendo che noi poveri provinciali italiani guardiamo uomini in tutine di paillettes sulla tv pubblica dai tempi di Renato Zero e Ivan Cattaneo.

“Dio in madonna, Cristo in minigonna”

Su Facebook accompagna la notizia della sua “ospitata” sul mensile Vanity Fari con il testo di una sua canzone: “Sull’altare una slot, Cristo è una donna, Madonne sopra i muri, Il mio Dio è in minigonna”… tutto questo a corredo delle sue foto acconciato come una Madonna della Controriforma. Veramente, nel 2021, questa è la provocazione, Lauro? Un uomo vestito da donna? La parola “Dio” piazzata là tanto per, in ritardo di decenni su una canzone come Dio è morto o persino sui CCCP che in Punk Islam cantavano “ho un presente che è Dio e fa la cameriera”?

Lui mette le mani avanti dicendo di sapere già che verrà accusato di “blasfemia”, ma non sa che parla di già di una reazione molto datata. Non siamo più l’Italia democristiana del dopoguerra in cui si muovevano Zero, Patty Pravo o Amanda Lear e questo nonostante lui ci speri o gili abbiano insegnato che è così. Perché in fondo lui, nel “conformismo” fermo agli anni ’80 del palco dell’Ariston ci sguazza. E’ il perfetto idolo, perché il suo è un ribellismo rassicurante, da casalinghe facilmente impressionabili: “tutto cambi perché tutto resti uguale”, d’altronde, siam il Paese del Gattopardo. Va a finire che Loredana Berté, Donatella Rettore o Orietta Berti sono molto più innovative di loro. Quando c’era da “rischiare”, ai loro tempi, lo hanno fatto. Lui è solo un grande sbadiglio con degli  ottimi stylist…

Ilaria Paoletti

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11 Commenti

  1. Letteralmente PATETICO! L’ho veduto ieri sera, per caso, mentre cercavo su televideo i risultati della giornata calcistica. Al netto dei travestimenti ridicoli che possono strabiliare, forse i dodicenni, mi chiedo: ma questo babbeo è in grado di cantare senza stonare? Piccola chiosa, non ho seguito, come sempre, questa pagliacciata spacciata per festival canoro, però ho sentito, per radio, la canzone dei Maneskin e sono rimasto piacevolmente colpito, non credevo fosse più possibile presentare un brano con sonorità Rock, abitualmente propinano solo Neo Melodico e finto Rap per coatti di periferia. Auguro ad Ibrahimovic una caduta, con annesse fratture multiple scomposte, dalla scalinata!

  2. Interessante provocazione! Infatti in ciascuno di noi c’è un pizzico di femminile e un pizzico di maschile🤫

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