Roma, 30 nov – Lunedì scorso è uscito il video del singolo Neo Geo, tratto dall’omonimo e nuovo album di Federico Goglio, in arte Sköll. Cantautore identitario, giunto al suo quindicesimo disco, torna nel panorama musicale sebbene sia trascorso solo un anno dal suo ultimo successo, ossia D’Annunzio. In questo nuovo lavoro ci sono, però, alcune novità, che riguardano sia il livello testuale, sia quello musicale.

Partiamo subito con una domanda sul tuo nuovo singolo, Neo Geo: sembra una critica, nemmeno troppo velata, ai social network e al loro uso distorto. Ecco, qual è il tuo rapporto con questo strumento?

“Neo Geo” racconta di un mondo rivoluzionato, stravolto, distorto dall’impatto sociale dei network e delle “comunità” virtuali. Abbiamo assistito – senza neppure essercene resi conto – a un cambio epocale che nel giro di un decennio ha influenzato radicalmente usi e costumi globali. L’uomo è cambiato, è stato travolto dalla nuova socialità. L’accezione più deleteria e modernista del concetto di democrazia si impone ovunque: la sua massima espressione non è più la croce sulla scheda elettorale, piuttosto la condivisione di un piatto di spaghetti. Il meccanismo si basa su dinamiche geniali: chi condivide è portato dal sistema a credere che l’oggetto della condivisione interessi il mondo intero, compiacendosi di ricevere una manciata di like che ritiene ingiustamente valutati, convinti, entusiastici. Dall’altra parte vi è solo il gesto meccanico, distratto, istantaneo di chi reagisce a un impulso qualsiasi. L’illusione di contare finalmente qualcosa è compiuta. Un’illusione pagata a caro prezzo, nella convinzione idiota di avere fatto un affare: le nostre abitudini, le nostre paure, le nostre passioni, le nostre virtù e i nostri vizi ceduti completamente ai “signori del vapore”. Ecco “Neo Geo”, il nuovo mondo. Per me – nell’utilizzo che ne faccio – i social network rimangono  mezzi di comunicazione, strumenti, come altri, utili a lanciare segnali da decodificare immediatamente nel mondo reale. “Neo Geo” stesso viene veicolato e promosso attraverso la rete. È un invito ad agire, però, ad andare oltre, ad ascoltarlo, ad andare ad un concerto, a interagire con chi vive utilizzando tutti i sensi, anche quelli più reconditi, di cui disponiamo.

Sei molto conosciuto nel mondo musicale identitario come un cantautore che canta il “privato”, piuttosto che il “pubblico”. Come mai hai deciso di cambiare rotta in questo nuovo album, inserendo anche canzoni che affrontano tematiche di rilevanza sociale?

Ho sempre scritto sia canzoni “private” che “pubbliche” (per usare le tue definizioni). Storie più intime e storie più condivise, comunitarie, di uomini, di sacrificio, di esempio. È vero, però, che per la prima volta in vent’anni abbia tratto principale ispirazione da tematiche sociali. Il titolo stesso del disco, ovviamente, non è casuale. Il tema più ricorrente è quello dei nuovi mondi, declinato in plurali che finiscono per intrecciarsi e mostrarsi per quello che sono: tasselli di un unico mosaico. Ecco allora che le nuove, rigidissime forme di controllo sociale non sono altro che tratti dello stesso disegno di “nuovo mondo” di cui fa parte il fenomeno dell’immigrazione (che in questo disco ho affrontato con due canzoni distinte – una delle due, apertura dell’album – si intitola “le leggi del mondo”) piuttosto che quello dell’accelerazione consumistica (che ho trattato ne “la casa di Kyoko” – mia sintesi musicale di una pagina attualissima di Yukio Mishima) o del superamento di confini e identità nazionali (l’ultimo brano è una breve dedica a Nazario Sauro ma proprio in ottica attuale, come anticorpo, come medicina: “un punto fisso/nel nuovo mondo/in questo via vai”). Nonostante tutto, però, “Neo Geo” non è strettamente un concept album. Ci sono, per esempio, anche canzoni che rientrano in quello che hai definito il “privato”. Una di queste, “Un atto di stregoneria”, è sicuramente tra le cose più originali che io abbia scritto e arrangiato in questi anni.

Nel nuovo disco hai scelto di ispirare due canzoni a due personaggi particolari, che sono Ettore Arduino e Michael Schumacher. Cosa rappresentano per te? Perché proprio loro?

La storia di Ettore Arduino praticamente non l’ha mai raccontata nessuno. In “Neo Geo” ispira uno dei pezzi più significativi dell’album. Nel libretto ho definito Arduino “eroe delle trasvolate artiche”. Fu uno degli uomini della tragedia del dirigibile “Italia”. Dopo quella vicenda qualcuno passò alla storia (tra l’altro facendo successive scelte di vita piuttosto discutibili), lui no. Eppure fu Arduino – mentre “l’Italia” fuori controllo conduceva alla morte diversi uomini (lui era uno di questi) – a salvare i più fortunati che erano stati sbalzati sulla superficie polare: pur consapevole della propria fine, lanciò dall’alto l’equipaggiamento che si sarebbe rivelato fondamentale per sopravvivere al freddo. Quegli uomini si salvarono grazie a lui.

La storia di Michael Schumacher è molto diversa. Potrei sbagliare ma credo che, a parte una cosa elettronica pubblicata anni fa, nessuno ne avesse ancora fatto una canzone. Schumacher è stato un automobilista unico, irraggiungibile per certi aspetti, ed è un uomo che ha sempre condotto una vita esemplare. Negli anni, fin dalle prime vittorie, avevo nutrito una sorta di antipatia verso un campione che sembrava freddo, distaccato, invincibile. Un giorno, quasi improvvisamente, mi accorsi di quanto non avessi capito nulla. Mi ero completamente sbagliato. Schumacher era l’opposto di quello che superficialmente avevo pensato. Mentre lui continuava a vincere, io iniziavo ad essere un suo vero tifoso. Campione straordinario, sensibile, umanissimo. E così, molti anni dopo, è nata questa mia canzone… “fai ancora un altro giro di pista e io girerò, come allora, la testa”.

È difficile farsi strada nel mondo della musica, avendo uno stile così particolare e delle idee molto diverse da quelle in voga?

È molto difficile rompere il muro del silenzio che viene costruito intorno a canzoni “diverse”. Curioso, no? Il silenzio contro la musica. In fondo, però, resta l’ultimo segnale di un mondo – di uno status – che ha paura di crollare, di non riuscire più a veicolare efficacemente illusorie atmosfere da Belle Epoque. Immaginiamo la cultura pop come un megafono: il cono è ampio dove si tendono le orecchie, ma all’origine del suono lo spazio è stretto, occupato da chi ha fatto della musica un monopolio ideologizzato. Nessuna dinamica spontanea, questo è chiaro. Le tendenze si impongono, la domanda è sempre indotta. Ho iniziato a scrivere musica oltre vent’anni fa. Non avrei mai immaginato di arrivare a comporre un disco come “Neo Geo” (nella mia discografia rappresenta una produzione senza precedenti per ore di lavoro in studio) e di farmi ascoltare da migliaia di persone. Seguo una strada, senza avere l’ossessione che debba essere affollata. La mia musica è lì, per i pochi o i tanti che abbiano voglia di ascoltare qualcosa di diverso. Senza dover tendere l’orecchio in direzione del megafono.

Federica Ciampa

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