Roma, 6 mag – Parte oggi la centoseiesima edizione del Giro d’Italia. Da Fossacesia – piccolo comune abruzzese – alla splendida cornice dei Fori Imperiali, si percorreranno su e giù per lo Stivale oltre tremila chilometri. Ventuno tappe che vedranno l’atto finale nella capitale domenica 28 maggio. Istituita nel 1909, la Corsa Rosa lungo tutta la sua storia ci ha lasciato in eredità – dal coraggioso Leone Fiorenzo Magni al mai dimenticato Pirata Marco Pantani – davvero tante storie di sport da raccontare. Come quella, ai più sconosciuta, di Giordano Cottur.

Giordano Cottur, lo scalatore triestino

Nato a Trieste nel maggio 1914, familiarizza fin da bambino con le fatiche proprie della bicicletta. “Quando uscivo di casa, l’unica strada era in salita” ammetterà nella sua ultima intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. Ottimo scalatore, professionista fino al 1950, nella corsa a tappe più bella del mondo si classificò per tre volte terzo.

Secondo Cottur ogni ciclista non può prescindere dalla sintesi tra qualità fisiche e spirituali. Oggi come allora, con l’unica differenza che ai suoi tempi una semplice foratura poteva risultare decisiva. Ma torniamo alle suddette doti, che il nostro metterà in bella mostra nel Giro del 1946, il primo del secondo dopoguerra.

Correva l’anno 1946

Al via della ventinovesima edizione l’Italia era ancora un paese alle prese con la ricostruzione. Ma la ripresa della corsa ciclistica nazionale – non ancora completamente soppiantata dal campionato di calcio nel cuore dei nostri connazionali – segnava, almeno moralmente, un passo verso il ritorno a quella che, in tempo di pace, possiamo chiamare normalità. Così non era sul confine orientale, dove la popolazione giuliana non aveva partecipato nemmeno al voto del 2 giugno. Per dare un – seppur simbolico – segnale agli abitanti della martoriata lingua di terra, si decise che il Giro avrebbe attraversato la zona A amministrata dagli anglo-americani. La dodicesima tappa, partita da Rovigo, sarebbe arrivata proprio a Trieste.

L’imboscata di Pieris

Come prevedibile, l’iniziativa mandò in subbuglio sia la fazione balcanica che quella italiana filo-slava della Venezia Giulia. Anzi, tra coloro che Dante avrebbe relegato nella ghiaccia del Cocito, il Partito Comunista arrivò a definirla “inaccettabile provocazione”. Così il 29 giugno – la sera prima della corsa – si registrarono scontri: si racconta che prima del risolutorio lancio di lacrimogeni, almeno due provocatori rossi siano finiti direttamente in mare. Il giorno successivo, intorno a mezzogiorno, il gruppo dei girini arrivò a Pieris – provincia di Gorizia – ma varcato l’Isonzo i ciclisti furono vittime di una vile imboscata.

Il lancio di chiodi e sassi ferì due atleti, uno sparo freddò invece un agente. Passata la delirante scritta “Il Giro in Italia e non nelle terre di Tito” la carovana riuscì a proseguire per una manciata di chilometri. Nei pressi di Begliano però altri macigni, materiale appuntito posto sulla strada e ancora colpi d’arma da fuoco fecero propendere l’organizzazione del Giro per una conclusione anticipata della gara.

L’arrivo più emozionante della storia

Tutti d’accordo? Non proprio. Giordano Cottur convinse infatti altri sedici colleghi – non Coppi e Bartali – che quella tappa sarebbe dovuta arrivare a Trieste ad ogni costo. A maggior ragione dopo la vigliaccata comunista, avrebbe avuto un altissimo valore simbolico. Per lui, per i suoi concittadini, per l’Italia intera. I diciassette impavidi corridori furono scortati fino al Castello di Miramare: proseguirono lungo la costa, poi dal Porto Vecchio al centro della città adriatica.

“Accolti da una moltitudine immensa e osannante” – per dirla con la rosea – i ciclisti, con Cottur in testa, entrarono all’ippodromo in un tripudio di tricolori e bandiere alabardate. Sempre la Gazzetta dello Sport, qualche anno più tardi, definirà quell’arrivo “il più emozionante della storia del Giro”. E poco importa se ufficialmente questa vittoria non verrà mai riconosciuta. Davanti a tutti lo scalatore giuliano spiccava con la sua maglia rossa: no, non lo stesso colore dei fazzoletti di chi ancora bestemmiava la patria. Bensì come la fiamma scarlatta del drappo nazionale. Perché a Trieste – come in tutta la Venezia Giulia – ha sempre pulsato, vivo, il cuore italiano.

Marco Battistini

 

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