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Cruijff draai, la veronica di Cruijff

Roma, 24 mar – Corpo proteso in avanti, palla in mezzo ai piedi, e mentre tutti aspettano, difensore in testa, che lui vada avanti col pallone, Joahn Cruijff tocca la sfera con il tacco e passa dietro le spalle del difensore. Passerà alla storia come la Cruijff draai, la veronica di Cruijff. La riproporrà in tutte le salse negli anni ’70 (chiedere ai difensori dell’Inter finalista di coppa dei campioni del ’72 per conferma). Libidine pura per gli amanti del tocco sopraffino: un mix di tecnica e rapidità, di estetica e pragmatismo, di geometria e poesia. Basterebbe, sola, questa danza ubriacante per collocare Cruijff, scomparso oggi all’età di 68 anni, nell’olimpo dei più grandi di sempre. L’olandese, però, fu molto di più di questo. Lui e il suo Ajax insegnarono al mondo un altro modo di fare calcio, il cosiddetto “calcio totale”, in cui l’interprete non è ancorato al proprio ruolo specifico e nel corso della partita può operare indifferentemente come difensore, centrocampista o attaccante (se andate a rivedere l’andata degli ottavi di Champions League Bayern Monaco – Juventus vedrete qualcosa di molto simile…). Una vera e propria rivoluzione che porterà l’Ajax a vincere tre coppe dei campioni di fila e l’Olanda a disputare consecutivamente due finali dei mondiali (perse prima con la Germania Ovest e poi con l’Argentina). Di una di queste finali, quella con la Germania del ‘74, se avete tempo rivedetevi il primo minuto di gara: dal calcio d’inizio al rigore trasformato da Neeskens. Quello è il calcio totale.



Fiore all’occhiello della nazionale dei tulipani e dell’Ajax è sempre lui, Joan Cruijff, con il suo 14 appiccicato sulle spalle e quel suo portamento quasi nobiliare che faceva impazzire le difese di mezza europa. La sua stravaganza non era solo nel numero, considerato che all’epoca si giocava ovunque con numerazione classica dall’1 all’11, ma anche nella maglia stessa. La sua era diversa dai compagni, aveva due strisce e non tre sulle maniche per motivi di sponsor, lui calzava i Puma e le tre strisce dell’Adidas non poteva portarle ( la guerra dei fratelli Dassler era ancora accesissima, ma questa è un’altra storia…). In seguito andò ad insegnare calcio anche in Spagna, al Barcellona (chissà per quale strana alchimia tutti i giocatori più forti del mondo alla fine passano da lì: Cruijff, Maradona, Romario, Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Messi ecc ecc.) e negli States. Poi iniziò la carriera da allenatore dove vinse altrettanto che da giocatore.

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Il suo palmares parla chiaro: Una coppa Intercontinentale (1972), una Supercoppa Europea (1972), 3 coppe Campioni (1971, 1972 e 1974), 9 campionati d’Olanda (1966, 1967, 1968, 1970, 1972, 1973, 1982, 1983 e 1984), un campionato di Spagna 1974, 6 coppe d’Olanda (1967, 1970, 1971, 1972, 1983 e 1984), una coppa di Spagna (1978) e 3 Palloni d’Oro (1971, 1972 e 1974). A  cui vanno aggiunti i suoi successi da allenatore: Con l’Ajax 2 coppe d’Olanda (1986 e 1987) e 1 Coppa delle Coppe (1987); Con il Barcellona 4 campionati di Spagna (1991, 1992, 1993 e 1994), una coppa di Spagna (1990), una Coppa delle Coppe (1989), una coppa Campioni (1992) e una Supercoppa Europea (1992). Numeri impressionanti che spinsero Cruijff a dire di se stesso: “Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruijff, la gente non saprà di cosa si stia parlando”. Aveva ragione.

Rolando Mancini

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