Roma, 25 mar – Questa estate ci eravamo illusi. Ci eravamo illusi di aver attraversato il deserto, di aver superato la notte più oscura e di essere usciti a riveder le stelle. Pia illusione, appunto. A pochi mesi dal trionfo di Wembley, è successo di nuovo: l’Italia è fuori dal Mondiale. Fuori dal mondo, anche, come titola oggi la Gazzetta. Per la seconda volta di fila, gli azzurri non parteciperanno all’evento calcistico più prestigioso del globo: non sentiremo il nostro inno risuonare nei cieli della penisola arabica, non vedremo i nostri giocatori dare il sangue per una maglia e una bandiera. Non era mai successo prima che l’Italia non accedesse al Mondiale per due volte consecutive. E forse non succederà mai più. Forse.

Sprofondo azzurro

Per capire come mai siamo sprofondati nell’abisso in cui l’azzurro non brilla e l’oscurità inghiotte ogni speranza, andiamo a poco prima del gol di Trajkovski che ci ha spedito all’inferno: per puntellare l’attacco, Roberto Mancini mette in campo João Pedro. È un oriundo come Jorginho, Emerson Palmieri e – perché no? – come Raimundo Orsi, che segnò nella vittoriosa finale di Italia 1934? Nossignore: come ci spiega il telecronista Rai, João Pedro è un brasiliano che ha avuto la ventura di sposare una cittadina italiana e, quindi, di accaparrarsi passaporto e convocazione. Ora, João Pedro è attaccante di discreta qualità, ma gioca nel Cagliari quart’ultimo in classifica e in lotta per non retrocedere. Sicuri non avessimo di meglio?

La lezione di Sacchi

Beninteso, non è certo colpa del povero João Pedro se l’Italia non andrà al Mondiale. Ma la sua presenza in campo spiega tutto. Lo ha fatto notare con grande lucidità Arrigo Sacchi: «Continuiamo a comprare stranieri per i nostri club, e anche i settori giovanili sono pieni di ragazzi che vengono dall’estero: siamo sicuri che questa sia la strada giusta o, invece, non è questo il vero problema?», si chiede l’ex ct intervistato dalla rosea. La domanda è retorica: è ovvio che il problema è quello. C’è chi chiede la testa di Mancini, ma non è sua la colpa se il campionato italiano scarseggia di calciatori italiani e si è riempito di stranieri, peraltro spesso mezzecartucce.  

L’Italia mondiale e l’Italia provinciale

Il dato è evidente: l’Italia che vinse il Mondiale del 2006 aveva fuoriclasse assoluti come Buffon, Cannavaro, Zambrotta, Materazzi, Gattuso, Totti, Pirlo, Del Piero, Toni, Inzaghi e tanti altri che, all’estero, avrebbero potuto giocare nelle squadre più forti d’Europa. Oggi, invece, gli unici giocatori di un certo prestigio internazionale sono Donnarumma (appannato), Chiellini (attempato), Jorginho (irriconoscibile), Barella (spompato) e Verratti (uno dei migliori ieri). Il resto sono buoni giocatori, nulla più. È per questo che Mancini va omaggiato, anziché insultato: ha vinto un Europeo con una squadra di qualità non eccelsa, puntando su gioco e determinazione. E nascondendo sotto al tappeto tutta la polvere accumulatasi in anni di immobilismo federale e importazione selvaggia di stranieri. C’è poco da fare: o i campioni te li coltivi in casa, oppure l’incubo di Palermo non avrà mai fine. E ci sarà sempre una Svezia o una Macedonia a ricordarti che, senza origini, non ci può essere neanche futuro.

Valerio Benedetti

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