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Roma, 24 nov – Nel ciclismo che fu è facile trovare e raccontare storie incredibili ed imprese che le due ruote dei nostri giorni difficilmente ripropongono. È così che andiamo a raccontare la storia di Attilio Pavesi, un piacentino che conquistò tutti con la sua impresa olimpica di Los Angeles.

Attilio Pavesi “Tic”

Nato a Caorso il primo ottobre del 1910, Attilio Pavesi – detto “Tic” – era l’undicesimo di dodici figli di una modesta famiglia della bassa piacentina. Perse quasi subito il padre e dovette lasciare la scuola per dedicarsi al lavoro, dal momento che la famiglia era ampia e chi viveva nelle campagne non aveva delle doti economiche consistenti.

Giovanissimo, dopo brevissime esperienze nel calcio, si appassionò al ciclismo e, trovata la bicicletta grazie all’artigiano locale Gino Tansini, si mise in luce in competizioni provinciali, conquistando anche una serie di successi. Il dirigente della Sport Club Robur Piacenza, Antonio Tarantola, notò il ragazzo e lo fece entrare in squadra da dilettante (all’epoca non vi erano tante categorie giovanili come oggi) e Pavesi ripagò la fiducia con dei successi, tra cui il prestigioso traguado di Castellanza, battendo l’astro nascente Alfredo Bovet. Nel 1931 passò alla società milanese Cesare Battisti, prestigiosa per il numero di talenti che sapeva offrire. Quello che sarebbe accaduto dopo un anno è inimmaginabile.

Dal dilettantismo alle olimpiadi

Chiamato alla leva obbligatoria per quattro mesi, nel 1932 erano previsti due grandi appuntamenti del ciclismo che conta: il campionato del mondo a Roma e le Olimpiadi a Los Angeles. I tecnici italiani erano soliti visionare i dilettanti nella speranza di scovare qualche outsider che potesse far bene a questi eventi. A San Vito del Tagliamento si tenne la cronometro di pre selezione ai giochi olimpici. “Tic” aveva il miglior tempo all’ultimo intermedio, poi una sciagurata spettatrice nel tentativo di rinfrescare il ragazzo, oltre all’acqua, gli lanciò pure il secchio che la conteneva, causandone la caduta. Quinto tempo finale, ma ottime impressioni destate ai tecnici. Vinse Zaramella, che sarebbe dovuto quindi essere il titolarissimo per la cronometro olimpica.

Tuttavia, il caldo torrido fece precipitare la condizione fisica di Zaramella ed Attilio Pavesi, convocato inizialmente come riserva, divenne il titolare. Finalmente arriva il grande giorno, il 4 agosto del 1932, una cronometro lunga e massacrante di 100 km aspettava i corridori. Favorito era il danese Henri Hansen che tuttavia rimase vittima del caldo torrido. Partito 4 minuti prima di Pavesi, fu raggiunto e staccato dallo stesso:

«Due minuti davanti c’era l’inglese Harvell, altri due davanti il danese Hansen, campione olimpico e mondiale. Prima ripresi Harvell, poi il tedesco Maus, infine Hansen. E siccome mi s’incollò alla ruota, prima gli gridai “lassam passá” (“lasciami passare”), poi gli mostrai i pugni».

Attilio Pavesi vinse l’oro in maniera incredibile ed inaspettata con il tempo di due ore e mezza circa, alla velocità media di oltre 40 orari, una follia per quei tempi. Inoltre, visti gli ottimi risultati degli altri azzurri Giuseppe Olmo e Guglielmo Segato, si aggiudicò con quest’ultimi l’oro nella classifica a squadre. Il risultato diede prestigio a tutta l’Italia, sportiva e non. Quelle Olimpiadi furono ottime per la nostra nazione, col secondo posto nel medagliere.

Da Piacenza all’Argentina

Un inizio di una luminosa carriera? Tutt’altro. Le cose precipitarono in fretta. Nel 1933 ci fu l’inevitabile passaggio tra i professionisti, ma diversi problemi di salute gli fecero perdere quasi l’intera stagione. L’anno seguente fu ultimo al Giro d’Italia ed ottenne una vittoria al Giro di Toscana. Tornò tra i dilettanti nel 1936 e, colto qualche successo, si ricimentò nel professionismo, con scarso successo.

Chiamato in Argentina per una corsa su pista, nel 1937 parte alla volta del continente sudamericano e non farà più ritorno in Italia. Nel 1939 si trasferisce a Saénz Peña (sobborgo di Buenos Aires) aprendo un negozio di biciclette ed organizzando competizioni per i giovani. La sua vita scivola via senza sussulti e in maniera tranquilla, con una visita nel 2003 alla natìa Caorso. Si spegne a Buenos Aires il 2 agosto 2011, a quasi 101 anni. Ad Attilio è intitolato il velodromo di Fiorenzuola d’Arda (Pc) ed all’ingresso è posta una scultura in acciaio del piacentino intento ad affrontare una curva. Il suo nome, inoltre, è scolpito in bronzo al Memorial Coliseum di Los Angeles.

Manuel Radaelli

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