Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Novak Djokovic



Milano, 21 ott – “Verrà un giorno in cui tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele”. Novak Djokovic sembra uscito dalla melodia degli Arctic Monkeys, l’adolescenza fluorescente del tennis dipinta per noi. Non l’adolescenza del mondo moderno, quella di eterno bamboccio, ma uno stato d’animo alterato ed effervescente contro il puritanesimo della società là fuori. La capacità di modificare il suo stato mentale e quello degli avversari incrociando le racchette ha del mistico. “Da una parte dobbiamo riconoscere – scrive l’Ultimo Uomo sulle sue colonne – un aspetto inquietante: guardando il suo gioco, e il modo in cui riesce a vincere nel tennis, sembra che le sue convinzioni abbiano qualche fondamento”.

Perché Nole sfrutta ogni anfratto della psiche e in questi giorni ha squarciato la tela dello sport mondiale ammettendo che non andrà a giocare agli Australian Open. “Non voglio dire se sono vaccinato o no”. Nella terra dei canguri per scambiarsi sotto rete la pallina gialla chiedono il passaporto vaccinale. “Qualsiasi cosa dici può essere fraintesa, è davvero orribile la guerra che stanno fomentando i media e non voglio parteciparvi”.

Djokovic, il mentalista della racchetta

“Difendete l’antica opera dei vostri maestri e quella dei vostri futuri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi”.

Djokovic ha portato la racchetta su piani della psiche mai esplorati prima. Tra le pagine di Open, l’autobiografia di Andre Agassi, si legge della sofferenza capace di giungere su di un piano assoluto quasi parossistico. “Ho una missione”, scriveva il tennista di Las Vegas, “e il tennis è il mezzo che mi ha permesso di perseguirla”. Proprio come per Novak. Nell’epopea tragica della commiserazione, dell’insofferenza globalizzata, dell’inettitudine in prima serata Nole ha posto il suo dritto come frangiflutto contro il nulla.

La sua telecinesi in campo modifica “la realtà circostante: nessuno come lui riesce a togliere certezze agli avversari, costringendoli a perdere il controllo mentale della partita e del loro gioco”, recita Emanuele Atturo. Mentalista tra le righe sull’erba, sul cemento e sulla terra rossa. Sublimato dal pubblico che tifa contro di lui. Proprio come la sua Serbia, schiacciata dal tacco della storia, ma baluardo che arde davanti alla suscettibilità dell’oggi.

“Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il verbo. Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica”.

Quando il gioco diventa battaglia suprema

Il gioco diventa la battaglia suprema, attraverso la competizione Djokovic ha portato l’essenza del senno su altri pianeti. La bolgia, dei media e del pubblico, vuole il sangue in copertina. Vuole il campione dilaniato, vinto e con la lacrima facile che invoca il tenero abbraccio della mediocrità. Eppure deve vincere lo spirito. “La mente… solo la mente sopravvive”, scrisse Jack London e Novak ha vestito i panni esoterici di chi ha, ogni volta, qualcosa da dimostrare, qualcosa per cui vale la pena dirimere la modestia. “E quanto la mente prende il volo / ti accorgi che sei rimasto solo”. Le luci spengono il loro tragitto, Rino Gaetano accompagna l’asso nell’olimpo, perché lassù laddove l’aria è rarefatta vince solo chi ha saputo perdere tutto.

Gli intermezzi dell’articolo sono un omaggio a Gabriele D’Annunzio e al suo Le Vergini delle Rocce.

Lorenzo Cafarchio

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