Roma, 15 gen – Oltre 240 incontri, 55 scudetti, 21 coppe Italia e – compresa quella assegnata ieri sera – 15 Supercoppe. Non è una gara diversa dalle altre, Inter – Juve, è la partita per eccellenza. Il derby d’Italia (espressione coniata a fine anni ’60 da – manco a dirlo – Gianni Brera), pur non essendo una stracittadina nel senso stretto del termine è uno scontro che si alimenta continuamente. Gli argomenti da trattare – anche solo nell’ultimo quarto di secolo – sarebbero infiniti: il sorpasso all’ultima curva del 5 maggio opposto al Triplete, la lingua di Del Piero e la maglietta – “Rivolete anche questa?” – di Materazzi, i veleni dello scudetto della stagione 1997/98 contro la spinosa questione Calciopoli.

Supercoppa, l’unico precedente: nerazzurri corsari a Torino

In questa lunga rivalità, Beneamata e Vecchia Signora solo in un’altra occasione – agosto 2005, il destro di Veron regala il successo alla banda del Mancio e suggella l’inizio del ciclo meneghino – si sono ritrovate di fronte per contendersi il terzo trofeo nazionale per importanza. Entrambe le compagini arrivano all’appuntamento dopo le vittorie di domenica contro le romane ma con umori decisamente contrapposti: la Juve tra dubbi ormai cronici e assenze pesanti – De Ligt e Cuadrado squalificati, Chiesa (grave infortunio al ginocchio) – la capolista, al contrario, viaggia a ranghi completi sulle ali dell’entusiasmo.

Dal “corto muso” all’Inzaghismo: un passaggio di consegne?

Per leggere meglio la gara – vittoria in rimonta dei nerazzurri – occorre fare qualche passo indietro e arrivare al 13 aprile 2019, quando Allegri – in odor di scudetto, lo conquisterà la settimana successiva – spiega ai giornalisti il “concetto” del corto muso applicato al pallone. Capello, Mourinho e lo stesso Conte hanno costruito così le loro fortune all’ombra di Mole e Duomo: una modalità pragmatica di interpretare il calcio che – per lo meno in Italia – ha sempre fruttato. Almeno fino allo scorso torneo, quando l’attuale tecnico del Tottenham ha trionfato anche grazie a un contropiedismo più ricercato e organizzato del solito.

La partita dell’altra sera – come prevedibile, viste le indicazioni del campionato – ci proietta infatti verso una direzione differente. La Juve bada a difendersi ordinatamente: in poche occasioni aggredisce alta gli avversari e – orfana anche di Bonucci – si dimostra rinunciataria nella costruzione dal basso. Interpretazione decisamente diversa da quella degli uomini di Simone Inzaghi.

Gli 11 punti di distacco in classifica si vedono infatti più che nei valori tecnici in quelli di lettura della gara. L’Inter, subito rabbiosa – come il rigore dell’1-1 di Lautaro – si riscopre paziente nel tenere costantemente il pallino del gioco fino al 120′, minuto in cui Sanchez risolve una mischia nata dall’asse tutto italiano Dimarco-Darmian. Nonostante un Kulusevski a uomo su Brozovic, i meneghini – privati quindi della loro fonte primaria di fosforo – dimostrano di avere tante idee su cui poter contare. Palleggio a terra, iniziative personali ma anche con la gittata lunga, in particolare – con il sopraggiungere della stanchezza – nella seconda frazione.

Senza campioni, ma con tante idee

È il pensionamento del vecchio calcio all’italiana? Non proprio, più che altro una necessaria rivisitazione. Sì perché i campioni d’Italia – statistiche alla mano – pur non avendo nessun “pezzo da 90” in rosa (a proposito, in quest’ottica ai bianconeri manca – e tanto – il peso specifico di CR7) sono la squadra con il miglior attacco, che arriva al tiro più di tutte, primeggiando anche nel conto dei cross utili. E nonostante riescano con regolarità a presidiare la trequarti avversaria con 9/11, sanno sovente ripiegare completamente sotto la linea della palla.

Chiuso il decennale ciclo juventino è presto per dire se sia davvero l’alba di un nuovo corso a tinte nerazzurre: gli spunti di Inter – Juve comunque non sono mai banali. Il merito di Inzaghino resta quello di aver (ri)messo il gioco al centro del villaggio: nel paese del catenaccio a priori è già un bel passo in avanti.

Marco Battistini

 

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