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Roma, 3 lug — Horum omnium fortissimi sunt Belgae, così Cesare nel De bello Gallico descrive i componenti delle tribù celtiche più settentrionali. Il loro valore militare deriva dalla lontananza geografica della civiltà romana, dalla scarsità di contatti con i mercanti e dalla bellicosità dei loro vicini. Secoli dopo il Belgio, area carbonifera posta in una posizione strategica tra Francia e Germania, conosce un precoce sviluppo industriale. In epoca coloniale assume notevole importanza anche il commercio, in particolare quello di pietre preziose provenienti dal Congo.



Caratura (calcistica) altissima, punta – di diamante – d’origine centrafricana: questi, in estrema sintesi, i diavoli rossi che in Baviera affrontano la lanciatissima Italia targata Mancini. Nonostante l’assenza di Eden Hazard, Lukaku e soci rimangono – sulla carta – un gradino sopra alla selezione azzurra.

Sono tante le differenze tra Italia e Belgio, sia culturali che calcistiche. Abbiamo Roma, il suo marmo e i suoi richiami ancestrali e poi Bruxelles, capitale de facto di quell’indisponente apparato burocratico chiamato Unione Europea. Da una parte la Nazione fatidica, quella dei mille provincialismi ma che sa sempre riscoprirsi come un’entità unica. Dall’altra uno Stato federale diviso tra fiamminghi (2/3 degli abitanti con idioma olandese) e valloni, francofoni. Alla faccia del senso di appartenenza, il paradosso è che con 3 lingue ufficiali – una piccola percentuale di popolazione parla infatti tedesco – i giocatori dello spagnolo Martínez tra di loro comunichino…in inglese.

Poi quelle prettamente pedatorie: una rosa qualitativamente omogenea con un gruppo che si sta rivelando molto più forte rispetto alla somma delle singoli parti (l’Italia) contro tanti campioni affermati che ancora non sono riusciti a valorizzare in termini di vittorie questa presunta superiorità (il Belgio, primo del ranking FIFA).

Italia – Belgio: così in campo

Prima del fischio d’inizio gli azzurri intonano con il solito ardore l’Inno di Mameli: bellissime immagini che però stridono – anzi, fanno proprio a cazzotti – con l’imbarazzante scelta di accodarsi al genuflesso conformismo belga.

Il Belgio si schiera con un 3-4-2-1 che vede davanti, oltre al numero 9 nerazzurro il recuperato De Bruyne e Doku. Nel produttivo 4-3-3 italico, invece, le chiavi della porta sono affidate – come sempre – a Donnarumma, con Di Lorenzo, Bonucci, il rientrante Chiellini e Spinazzola a formare la linea difensiva. Confermato in blocco il centrocampo anti-Austria titolare (Barella, Jorginho, Verratti), registriamo invece un avvicendamento nel trio d’attacco dove Chiesa – in luogo di Berardi – affianca Immobile e Insigne. In palio il passaggio alle semifinali dove, ad aspettare la vincente, c’è già la Spagna.

Il primo tempo, azzurri straripanti

 Più che gladiatori trionfanti i belgi sembrano fin dalle prime battute una pubblicità al “vorrei ma non posso”. E infatti al 12′ passiamo con Bonucci, ma il gol è annullato per fuorigioco millimetrico di Chiellini. A metà primo tempo De Bruyne si invola verso la porta azzurra e calcia da fuori, Donnarumma si supera mandando in angolo. Qualche minuto dopo il portiere in maglia verde dice no anche a Lukaku. Sul fronte opposto invece ci provano Chiesa e Insigne. Il gol è nell’aria: Verratti recupera palla ai 20 metri, serve Barella, il ventiquattrenne sardo si inventa la giocata che vale l’1-0. Abbiamo il pallino del gioco, infatti andiamo vicini al 2-0 con Chiesa, il cui destro si spegne di poco a lato. Raddoppio che arriva puntuale grazie a Insigne che di destro pennella alle spalle di Courtois. È il 44′ ma la gara viene riaperta un minuto dopo dall’arbitro Vinčić: il rigore assegnato ai rossi è assai generoso – contrasto tra Di Lorenzo e Doku – Lukaku fa il punto del 2-1.

Italia – Belgio: la seconda frazione

 Si riparte a ritmi più lenti, almeno fino all’ora di gioco: provvidenziale – a pochi cm dalla riga di porta – Spinazzola su Lukaku. Il Belgio si affida alle fiammate dei singoli, Chiellini e soci reggono l’urto. A 20′ dal termine il Mancio effettua i primi cambi: Belotti e Cristante per Immobile e l’ammonito Verratti. Poi Palmieri al posto del dolorante Spinazzola e la staffetta Insigne – Berardi. Forze fresche per gestire le ultime battute. Gli azzurri fanno densità nella parte centrale del campo: non ci sono spazi e c’è tempo solo per la sostituzione Toloi – Chiesa.

Repetita iuvant, dicevano i latini. Dopo la Svizzera, l’identitaria Italia ha regolato un’altra compagine paladina del multiculturalismo. Qualche giorno fa un noto personaggio sovranista ha ragionevolmente definito “infami” gli attuali tempi. Abominevoli sì, ma non irrimediabili: sotto le ceneri brucia ancora quel fuoco. Ravvivarlo ora è compito nostro. Forse non è solo calcio…

Marco Battistini



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