Roma, 11 dic – Simone Biles è l’atleta dell’anno. Ginnasta di 24 anni, la rivista Time l’ha fregiata del prestigioso riconoscimento mediatico. Bene, brava, bis. Ora, c’è un dettaglio di cui si dovrebbe – almeno in teoria – parlare.

Simone Biles atleta dell’anno senza fare l’atleta

Per citare un passaggio significativo dell’Agi sull’argomento: “Alle Olimpiadi di Tokyo la 24enne americana ha scelto anteporre la sua salute mentale e di ritirarsi da quasi tutte le gare, pur essendo la favorita per cinque medaglie d’oro. Ed è stata in prima linea anche nel denunciare gli abusi sessuali subiti dall’ex medico della squadra”. È evidente che la ragazza abbia subito dei traumi fortissimi i quali, del tutto legittimamente, l’hanno portata a ritirarsi da praticamente ogni competizione. Il Time cita: “Un mese dopo i Giochi, Biles ha mostrato ancora una volta la sua vulnerabilità. Insieme ad altri tre delle centinaia di altri atleti che erano stati abusati sessualmente dall’ex medico della squadra Larry Nassar, Biles ha dato una testimonianza commossa davanti al Senato”. E poi: “Biles da sola non cambierà le disuguaglianze nella salute mentale né costringerà una società che ha a lungo aderito a parole all’importanza della salute mentale a fare di più. Ma ha reso molto più difficile distogliere lo sguardo”.

Si possono decretare atleti dell’anno “per solidarietà”?

Domanda lecita, magari sì, ma forse ci si dovrebbe riflettere almeno un pochino. Perché un atleta solitamente è un atleta, e si presuppone – magari ingenuamente – che partecipi a delle competizioni. Certo, la storia della Biles è – dando per certe le sue parole, ovviamente –  di quelle terribili: nel gennaio 2018 l’atleta statunitense aveva rilasciato dichiarazioni su Twitter accusando l’ex medico della squadra nazionale, Larry Nassar, di averla aggredita sessualmente. E non solo: anche l’Usa Gymnastics, secondo la Biles, avrebbe avuto un ruolo permettendo che l’abuso venisse perpetrato, coprendolo in seguito.

Alle udienze giudiziarie svoltesi nello stesso mese, Simone Biles non aveva partecipato, dichiarando di non sentirsi pronta “ad affrontare nuovamente Larry Nassar”. Quest’ultimo venne condannato il 24 gennaio. Sempre in quell’anno, Simone Biles dichiara di aver iniziato la terapia e di aver iniziato a fare uso di ansiolitici a causa del trauma. “Difficile continuare a dover avere a che fare con l’organizzazione (la Usa Gymnastics) che ha fallito nel proteggere le atlete”. Insomma, sembra una storia piuttosto triste. Ma la domanda che ci si pone è un’altra: perché assegnare un premio sportivo sulla base di una tragedia che con lo sport non ha nulla a che fare?

Stelio Fergola

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