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Diamo a Cesare quel che è di Cesare. E che Cesare, il Divus Iulius, ci perdoni. Correva l’anno 2013 e sulla panchina azzurra troneggiava ancora Prandelli. «Il futuro è multietnico», profetizzò l’allora ct della Nazionale italiana. Parlava di calcio, ma estendeva il ragionamento alla politica dal volto petaloso. Lui, Cesare il pacato, perfetto simbolo di un’Italia rispettosa e mielosa. Emblema di guance da porgere e ius soli da conquistare in punta di piedi. Un’Italia orbene perdente, eppure plaudente. Di qui la solita cattiveria che sorge allorché si affibbiano nomignoli: «Perdelli». Eliminati dopo tre misere partite ai Mondiali del 2014. Tutto finì tra morsi e rimorsi, lacrime e litigi di uno spogliatoio che mal sopportava l’unico totem di quel futuro multietnico: Mario Balotelli.



Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2021

Black Brain

Multietnico è bello?

Poi tutto si fermò, per un lustro o poco più. D’un tratto un vuoto, una falla nell’orientamento spazio-temporale delle trombe mainstream. Vuoi per sventura, vuoi per Ventura, gli aedi della Nazionale multietnica si eclissarono d’un tratto. Costretti a festeggiare i cugini d’Oltralpe in quel di Russia, in un mondiale azzoppato dall’assenza di chi, nel 2006, alla Francia arabeggiante porse il piede per lo sgambetto finale. La storia è però ciclica, anche quando non piace che lo sia. L’occasione si è così ripresentata agli albori di questa estate. «Multietnico è bello e anche vincente», titolava sicuro L’Avvenire lo scorso 16 giugno. Per poi spiegarci che «la Francia campione del mondo è un modello di selezione globale». Mai profezia fu più nefasta: transalpini eliminati da una Svizzera qualunque agli ottavi di finale.

Fu l’epifania di un leitmotiv rispolverato e propinatoci di nuovo per qualche settimana. Culminato in un articolo del Corriere della Sera, in vista della partita della Nazionale italiana contro quella belga. «Perché il Belgio è così forte? Squadra multietnica», titolava il Corrierone. Quindi il risoluto autore argomentava: «La chiave è stata il modello multietnico stile Francia 1998: oggi lo spogliatoio è multirazziale, la lingua comune l’inglese e la diversità è diventata virtù, in una sintesi perfetta fra i modelli tecnico-atletici franco-italiano (Vallonia) e olandese (Fiandre)». Italia spacciata, talmente tanto da liquidare l’invincibile armata quasi fischiettando.

It’s (not) coming home

Non paghi, ecco che prima della finale apparvero altri strilloni del melting pot buono e giusto, nonché fonte di salvezza. «Una nazionale multietnica, veloce, equilibrata: ma soprattutto ricca di giovani fenomeni», scriveva il 9 luglio Rai News. Tre rigori sbagliati di fila e cronisti Rai ringiovaniti d’un tratto, repentini nel cambiar registro: troppo giovani quei fenomeni. Radiotelevisione italiana, veloce ed equilibrata.

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Poi si palesò il Messaggero, last but not least per dirla in stereotipata salsa british. «Davanti la Nazionale padrona di casa, la multietnica Inghilterra, composta da sangue nigeriano, giamaicano, spagnolo, barbadiano, composta da giocatori che si esaltano per velocità e fisico», evidenziava il quotidiano romano il 10 luglio, giusto qualche ora prima dell’ora fatale del meridiano di Greenwich. E chi li ferma questi. Chiudi gli occhi e ti sembra di avere di fronte l’esercito persiano di Serse alle Termopili, quello del film 300 più che della realtà storica, of course. Li riapri e in effetti ti torna in mente come andò a finire, alle Termopili.

Cornuti e smentiti

Nel frattempo correvano e si rincorrevano anni di retorica sulla superiorità della società multietnica e sul perché l’Italia sarebbe ancora indietro. Editoriali dei vecchi saggi del calcio commentato (ogni riferimento a Sconcerti è puramente intenzionale) e patinate copertine (ogni riferimento a Sportweek è troppo poco intenzionale) per spiegarci come mai eravamo costretti a correre dietro ad altri Paesi europei. A coloro che ci guardavano da olimpiche vette civili, con armate colored vessillo della nuova Europa. Erano tutti lì, pervicaci e martellanti, a tentare di convincerci che la svolta era necessaria, che serviva un grande reset sportivo. E li scrutavi attonito, stupefatto dalla protervia di quel lecchinaggio dell’altrui posteriore. Erano sempre lì, serafini e cherubini in coro, a lisciare le altrui conquiste sociali e ordunque calcistiche. Lunghi anni di narrazione – come dicono quelli bravi – stracciati così, da un tiro a giro di uno scugnizzo napoletano, da un Locatelli «che fa le cose perbene», da un tignoso sardo a mordere la mediana e da un mordente difensore della Tuscia a presidiare l’area. Ma nulla, la grande stampa di casa nostra si è talmente piegata al mantra correct da non riuscire…

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