Roma, 10 lug – Estate 1990, tutto il mondo guarda l’Italia. Nonostante il termine “privatizzazioni” inizi a far capolino nel linguaggio di media e politici il nostro paese – comunque gravato da 45 anni di sovranità limitata – è prossimo a mettere la freccia su Francia e Gran Bretagna, apprestandosi a diventare quarta potenza mondiale per Prodotto Interno Lordo. Ancora non erano noti al grande pubblico i futuri cavilli derivanti da Maastricht (anzi, a sentire l’allora ministro degli affari esteri De Michelis, quello del “non ci verrà imposto nulla che non siamo in grado di accettare”, l’avremmo dovuta fare da padroni) e il tanto famoso quanto segreto incontro sul panfilo Britannia non si sarebbe realizzato prima di un paio d’anni.

Non solo economia e geopolitica: nelle settimane più calde dell’anno infatti l’intero globo scruta l’Italia in quanto organizzatrice dei mondiali di calcio nonché tra le accreditate alla vittoria finale. Con la Serie A traboccante di campioni e una nazionale tra le più forti di sempre siamo (anche) centro calcistico.

Baggio e Schillaci, inseguendo un gol

Sotto il cielo di un’estate italiana – per cantarla con Bennato e la Giannini – a inseguire un gol ci sarebbero dovuti essere Vialli e Carnevale, attaccanti titolari nella testa del cittì Azeglio Vicini. Ma i due sottoporta, fin dalla gara d’esordio, sembrano avere le polveri bagnate. Contro l’Austria il colpo risolutorio arriva infatti dalla panchina: solo Totò Schillaci, entrato in campo da una manciata di minuti, riesce a far capitolare Lindenberger grazie a un velenoso colpo di testa. Nella seconda partita, invece, il sinistro del Principe Giannini basta per superare gli americani e guadagnarsi gli ottavi.

L’Italia vince ma non convince. Così il selezionatore nell’ultima del girone decide di dar spazio al rapido centravanti siciliano e a un giovane Roberto Baggio, futuri compagni di squadra nella Juventus. L’esperimento riesce: al 9’ è proprio Schillaci – ancora di testa – a portarci in vantaggio, mentre il Divin Codino la chiude ubriacando mezza Cecoslovacchia.

Una nazione che sogna

Per quanto fossero diversi fuori dal campo – in un simpatico aneddoto la punta sicula racconta di quando, non conoscendo la fede buddista del collega, scambiò le preghiere per lamenti – dentro al rettangolo di gioco fecero sognare una nazione intera. Confermati titolari nell’ottavo contro il rude ed estroso Uruguay i due si cercano fin dalle prime battute. Bisognerà aspettare però l’ora abbondante di gioco perché il numero 19 riesca a sorprendere Alvez con un gran sinistro prima del raddoppio di Serena. Ai quarti “peschiamo” l’EIRE e manco a dirlo anche per gli irlandesi letale è la zampata dello juventino: Baggio avvia l’azione liberandosi di tre avversari, offensiva conclusa proprio da Totò, lesto ad approfittare di una imprecisa respinta del portiere avversario.

Il sogno infranto

Proprio quando il sogno sembra prendere forma, il risveglio più brusco. E’ tempo di semifinali, al San Paolo c’è l’Argentina del più che amato Maradona. Questa volta Baggio parte dalla panchina – Vialli al suo posto – ma il piccolo centravanti al quarto d’ora sigla, ancora di rapina, la quinta rete della propria competizione iridata. Il Divin Codino entrerà solamente a un quarto d’ora dalla fine, in tempo per provarci nei supplementari (punizione destinata nel sette) e far espellere Giusti. Ma contro un destino già segnato nulla può neanche l’estro del futuro pallone d’oro: ai rigori saranno i sudamericani a guadagnarsi il biglietto per la finale.

Le notti perdono così la magia, rimane solamente un’amara finalina. La coppia si ricompone, una rete a testa per piegare gli inglesi. Il capocannoniere mondiale e l’astro nascente del calcio nostrano: indelebili gol – inseguiti e raggiunti – dell’estate italiana tanto sognata quanto rimpianta.

Marco Battistini

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