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Roma, 12 lug – Di questi Europei resterà la vittoria dell’Italia e l’ennesimo schiaffo assestato al globalismo. Perché a nessuno importa davvero del mondo senza frontiere. Mai come adesso sembra triste, inutile, spento. Ovvero ciò che realmente è, dietro la muraglia di cartapesta eretta per proteggerlo. Nient’altro che un insipido mondo colorato senza colori. Senza spirito, senza sangue, senza sale, senza gloria. Anche i più trinariciuti esaltatori del liquido informe, finiscono a sventolare un tricolore e a canticchiare inni nazionali, altrimenti derubricati a intollerabili nazionalismi.



La vittoria dell’Italia e il cortocircuito globalista

Guardateli bene, riscoprono tutti d’un tratto termini svenduti al mercatino delle pulci demodé: lotta, battaglia, onore, trionfo, bandiera. Non sanno più come declinare altrimenti quei termini potenti e dunque spaventosi, per loro. Sono tutti lì, elettrizzati per la bellezza di sentirsi appartenenti a una Terra per qualche ora, improvvisamente consci di avere una patria di cui andare orgogliosi allorché vittoriosa. In faccia all’avversario di turno, per giunta. A suon di sfottò e sberleffi, rimarcando le pecche inglesi. E via di meme, battutine e battutacce. Gli stessi santoni del fluido arcobalenato di sinistra, mollano così le baggianate anarcoidi e si tramutano d’un tratto in fieri patrioti.

Black Brain

Un bluff, si dirà. Con che faccia proprio adesso si ammantano di identitarismo. Ed è vero, senz’altro, suona stonato imbattersi in un Fedez appigiamato che sventola la bandierina saltellando sul divano di casa. Appare discordante, terribilmente dissonante quel Manifesto che esulta e titola “Invincibile Italia”. Apoteosi dell’antinomia. Come è possibile, pure i comunisti, gli internazionalisti, i fiorellini del pensiero debole cosmopolita finiscono per brindare? Oltretutto ha vinto una squadra affatto multietnica, quindi non in linea con il paradigma globalista.

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Eppure adesso i cantori del vuoto chic si adeguano al sentire popolare, mollando la pietosa spocchia in sandali e sfilacciata borsetta solidale. Qualcuno per la verità manca all’appello, la Murgia ad esempio non ha ancora detto la sua. Possibile che vada controcorrente per distinguersi, icona inossidabile della nuova sinistra frignante. E visto che oggi i bookmakers inglesi appaiono a tutti meno affidabili di un sondaggio elettorale commissionato da un partito politico, mettiamo mano pure noi alla sfera di cristallo. Profezia: a breve qualche strillone della sinistra rosata si lagnerà per le feste sguaiate in piazza. Non siete rimasti a casa a festeggiare sobriamente? Maledetti untori sovranisti.

Estasi Tricolore

In ogni angolo d’Italia ieri sera rimbombavano cori, pure sfrenati, sguaiati, esagerati. Straordinario sfogo dell’irrequietezza italiana, sfociante in sublime tamarraggine all’uopo. Ed è giusto così, perché chi vorrebbe le statuine correct festeggiare con un freddo “alé”, neanche ci fossimo trasformati nella caricatura di un Floris (o peggio di una Boldrini), resterà sempre di stucco. Quando si vince si gioisce in fragoroso tuonar di voci squillanti, mollando i freni inibitori del galateo cortese. Come se Bacco e Marte si prendessero per mano, anche solo per un attimo, soffiando sul fuoco del nostro giubilo recondito. Pazienza se qualche avvizzito osservatore in pantofole, irritato dalla festa, avrà da ridire. Qua si gode e si esulta, smodati. Così sia.

Ed evitate al contrario di assillarci – per un giorno, non di più per carità – con le solite storie sui problemi seri dell’Italia, gli “italioti” che espongono i tricolori solo quando gioca l’Italia e il leitmotiv che per “cose più importanti” nessuno scende in piazza. Evitatelo, perché sapete bene quanto questo giornale evidenzi carenze e drammi di una nazione che amiamo sopra ogni cosa. Evitatelo, perché in questo appunto da maestrini c’è anche un equivoco di fondo: quando si vince, in qualunque campo, in qualsivoglia contesto, si festeggia punto e basta. Non c’è paragone che tenga.

Tornare potenza

E anzi, cogliete l’attimo dell’orgoglio, osservate come va in tilt il nemico globalista: il mondo dei balocchi senza frontiere in frantumi in un lampo. Lo spaziotempo di una rete gonfiata in una partita di calcio. Poca roba, è vero. Oggi però è il trionfo del concetto di identità e nazione. Come a ogni Europeo, Mondiale, Olimpiade. Sventolano le bandiere delle nazioni, delle differenze culturali in faccia al piatto mondo degli uguali. Da domani si torna a imprecare per l’Italia avvilita e svilita. Oggi no, oggi il cielo non è blu, è tricolore. E ci sussurra di smetterla con il masochismo. Ci dice che possiamo tornare potenza, in qualunque campo, in qualsivoglia contesto, a qualunque costo. Avanti Italia, a testa alta.

Eugenio Palazzini

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2 Commenti

  1. Egregio E.Palazzini, la Vostra età Vi consente di essere un ottimista costruttivo a differenza del sottoscritto fondamentalmente pessimista costruttivo da sempre. Tutte le poche volte che, per illusione, mi sono lasciato andare al contagioso ottimismo ho finito per pagare caro così come tanti altri.
    Questo per darVi uno spunto sul serio anti-masochista rispetto ad una isteria (per la verità, anche questo da segnalarsi, un po’ meno forte rispetto al passato), per un pallone oggi davvero diventato significativamente (e pericolosamente) ipertrofico, ad iniziare dai soggetti professionisti che lo praticano -e lo fanno praticare- lucrando liberamente (sic) sui soldi altrui; pure dei guardoni, dei passivi che dovrebbero evitare di essere solo tali in tutto e per tutto.
    Tanto per scansare più che evitare!!
    Abbiamo vinto, bene, ma niente di più che Pirro…
    Sursum Corda.

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