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Roma, 12 ago – Potremmo partire dalla serpentina di Italia ‘90 con cui ha chiuso la gara contro la Cecoslovacchia. Oppure dalle 5 reti che tra ottavi e semifinali hanno permesso alla nostra nazionale di giocarsi la finale mondiale nel 1994. Ma anche dai minuti conclusivi di Inter-Real Madrid quando, in una fredda sera di novembre, il Roberto Baggio decide che una sgangherata Beneamata avrebbe battuto gli uscenti campioni d’Europa.



Sembra un paradosso, ma non è così scontato descrivere quello che per l’opinione pubblica (non solo italiana) è uno dei più grandi talenti che si sia mai espresso su un campo da calcio. Perché Roberto Baggio è anche il pessimo rapporto con ogni allenatore abbia avuto la fortuna di averlo in rosa: Eriksson, Trapattoni, Lippi, Sacchi, Capello, Ulivieri. In tal senso non fa testo la sua – ultima – versione caratterialmente edulcorata di Brescia.

Roberto Baggio, ovvero il Rinascimento con un pallone tra i piedi

Il numero 10 per antonomasia – anche se Platini lo definirà un 9 e mezzo, vista la facilità con cui ha sempre visto la porta – è anche il dubbio amletico del “chissà cosa sarebbe accaduto se”. Se contro la Bulgaria non avesse subito lo stiramento che ne ha compromesso il rendimento nella finale. Se non avesse sparato alle stelle il rigore di Pasadena. Oppure se nel ‘98 la sua conclusione al volo (nei supplementari di Italia-Francia) fosse stata di pochi centimetri meno angolata.

La massima espressione del genio calcistico italiano non poteva che esplodere, infatti, nella città culla del Rinascimento. A Firenze Bersellini fa esordire in serie A – 21 settembre 1986 – questo diciannovenne che a maggio regalerà il punto salvezza con uno dei suoi proverbiali calci da fermo. La prima di 55 reti siglate all’ombra di Palazzo Vecchio, è una storia d’amore senza lieto fine, che si concluderà nell’estate del ‘90 con il passaggio controvoglia (“sono stato costretto”) agli odiati rivali della Juventus: solo così possiamo capire la sciarpa gettata in conferenza stampa e il gran rifiuto di presentarsi dagli 11 metri davanti all’ex compagno di spogliatoio Mareggini.

La consacrazione del 10 imperfetto

Arriva a Torino in una stagione per lui positiva, molto meno per la squadra. Il primo trofeo nella stagione 1992/’93, con la Coppa Uefa conquistata da capitano della Vecchia Signora. Alla fine dell’anno solare arrivano anche le  grandi gratificazioni personali, ossia il Pallone d’oro e il Fifa World Player. Due stagioni dopo – nel mezzo c’è l’avvento di Lippi – Baggio è comunque decisivo sia nella conquista dello scudetto che della Coppa Italia. Il secondo tricolore, invece, viene conquistato l’anno successivo – si corre verso il calcio moderno, inizia l’era dei tre punti e delle magliette personalizzate – con i colori del Milan (1995/’96) dove, sempre titolare, mette la sua firma con tanti assist e con il sigillo decisivo nella gara contro la Viola. Un anno a Bologna, biennio all’Inter prima dell’appendice – tutto sommato serena – in quel di Brescia.

Per uno strano scherzo del destino – d’altronde è il primo di aprile (2001) – il suo gol più bello lo segna alla squadra con cui si è affermato come campione assoluto. Ventiquattresima giornata, al minuto 86 con le rondinelle sotto 1-0, un giovane Andrea Pirlo verticalizza con il contagiri. La palla in volo per 40 metri spiove al limite dell’area bianconera: con una facilità disarmante Baggio controlla la sfera accarezzandola, un tocco felpato basta e avanza per saltare Van der Sar e depositare in rete.

Con le gambe e le ginocchia ormai falcidiate dai problemi fisici il sipario cala alla “scala del calcio” abbracciando Paolo Maldini, altro mostro sacro del pallone italiano. C’è tutto Roberto Baggio – e una bella fetta del nostro Paese – dentro gli applausi di San Siro: le grandi città, la periferia, l’affetto dei tifosi, i diverbi con gli allenatori, le giocate impossibili e i terribili infortuni. Tattica, muscoli e velocità. Da quel 21 settembre il calcio è cambiato ma i suoi quadri, dipinti con una sfera di cuoio, lasciano sempre senza parole. Per chi l’ha visto giocare sarà sempre domenica.

Marco Battistini

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2 Commenti

  1. Oltre al rigore decisivo tirato ad minchiam contro il Brasile, negli anni 90 si è fatto inculare un casino di soldi affidandoli ad uno dei tanti promotori del cazzo.
    Dio c’è e procura giusta punizioni per gobbacci.

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