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I Bronzi di Riace erano due atleti, il «discobolo» di Mirone era un atleta. C’è bellezza, c’è gara, c’è competizione nello sport: è bello che vinca il migliore. Perché si combatte alla pari. Nell’agonismo non ci sono privilegi, ma energia, capacità, volontà. Non si può raccomandare un atleta. Egli si misura con le sue forze, con i suoi gesti. Ciò che ammiriamo in uno sportivo, in un calciatore, è l’armonia della sua forma fisica e lo slancio della sua azione. Lo troviamo nella scultura antica e in Canova; e la bellezza maschile coincide sempre con quella dell’atleta, la cui forza non può essere favorita. Semplicemente, è.

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Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2021

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Verso la fine del VI secolo a.C. la scultura greca produsse uno dei fenomeni destinati a lasciare una traccia duratura nella sua storia secolare: la statua ex voto dedicata agli atleti come premio per la vittoria nei giochi sacri, che eternava agli occhi dei contemporanei e dei posteri la gloria dell’impresa sportiva. Dai primi decenni del V secolo a.C. i santuari panellenici – e specialmente Olimpia e Delfi – si popolarono di immagini di atleti: un’umanità ideale effigiata nel bronzo e dislocata nell’area sacra, accanto ai templi, sanciva il prestigio delle più celebri e potenti famiglie delle aristocrazie cittadine, orgogliose della propria areté e della larghezza di mezzi economici profusi.

Superlega una competizione drogata

Nello spazio di tre secoli e mezzo alcuni dei più grandi maestri della scultura greca, come Pitagora, Mirone, Policleto, Lisippo, lasciarono opere di straordinaria bellezza e suggestione formale, oggi irrimediabilmente perdute, fagocitate dalla fame di bronzo che alla fine del mondo antico investì i luoghi nei quali erano esposte.

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Oggi si vuole, con strumenti istituzionali, alterare, drogare la natura della gara, della competizione sportiva con classificazioni che non nascono dalla forza atletica ma

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