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Roma, 9 ago — Non ha vinto la maratona né tantomeno verrà ricordato come esempio di sportività — semmai l’esatto contrario — l’atleta afrofrancese Morhad Amdouni, che nella giornata di chiusura dei Giochi olimpici di Tokyo 2020 si è reso protagonista di un episodio che definire «antisportivo» è un eufemismo.



Il maratoneta getta a terra le bottiglie degli avversari

Quel che è successo è presto detto: durante la maratona che tradizionalmente chiude ogni edizione delle Olimpiadi, l’atleta si è avvicinato al banco di rifornimento delle bottiglie d’acqua per tutti gli atleti in gara — posizionato al 28esimo chilometro — e con una manata ha buttato per terra tutte le bottigliette destinate agli avversari. Tutte, tranne la propria, ovviamente. L’unica che si è ben guardato dal fare cadere.

Una carognata

Il gesto è stato notato, ripreso e diffuso su tutti i social, scatenando l’ira di moltissimi utenti. Un comportamento odioso e antisportivo anche alla luce dell’oggettiva difficoltà di una maratona — sport già di per se massacrante — disputata in una Tokyo che ha registrato punte altissime di caldo torrido. A tal punto da costringere al ritiro alcuni atleti, sopraffatti dal caldo soffocante. Impedire ai propri avversari di reidratarsi gettando per terra le bottiglie di acqua rappresenta una scorrettezza bestiale e pericolosa.

Sebbene all’inizio l’azione di Amdouni sia stata scambiata per una goffaggine dovuta alla mancanza di coordinazione per lo sforzo in atto, i video diffusi in rete hanno in seguito smentito tale ipotesi. Il maratoneta ha agito intenzionalmente, per sbarazzarsi — in una modalità al limite del carognesco — degli altri concorrenti. Alla faccia dello spirito olimpico. Ma Dio vede e provvede: nonostante la carognata che avrebbe dovuto sfavorire i propri avversari, l’atleta francese è arrivato 17esimo. Ognuno ne tragga la propria morale…

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

4 Commenti

  1. Questo comportamento è gravissimo.
    Non gli dovrebbe essere consentito di partecipare nel futuro a nessuna altra gara.

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