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Roma, 13 lug – Italia in festa. Ci sono momenti della storia nei quali anche il più indifferente, il più individualista fra gli uomini ha la possibilità di sentirsi parte di una comunità. Dei momenti nei quali i popoli, per quanto abbattuti e stanchi possano essere, per quanto preoccupati per ciò che sta per arrivare, alzano la testa. Gridano al cielo il loro coraggio e si mostrano l’un l’altro la forza d’animo che tengono nascosta nel cuore. Ieri gli italiani hanno vissuto uno di questi momenti. A un’Europa ostaggio dell’Unione europea. A un’Europa nella quale le tensioni si fanno sempre più forti, gli italiani hanno mostrato che l’Italia non è il Paese della pizza e del mandolino.



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Vincenti, con stile

Gli Azzurri hanno conquistato una coppa, ma non solo: hanno mostrato l’orgoglio dell’Italia. E hanno sollevato l’Italia non solo perché hanno vinto, ma per come hanno vinto. Hanno ricevuto un pugno potentissimo dopo nemmeno due minuti di gioco. Hanno traballato, come il pugile che ciondola, che si appoggia alle corde. Poi hanno recuperato, hanno recuperato coraggio, hanno capito che quel pugno lo si poteva ridare, che se ne potevano dare altri. Sono stati freddi ma coraggiosi, fino alla fine. Donnarumma – ma non solo lui – è stato un esempio di sangue freddo e di professionalità. Hanno vinto con stile. Hanno vinto senza nessun aiuto, in una terra non loro, in uno stadio gremito di gente che fischiava. Che fischiava addirittura nel momento dell’Inno Nazionale Italiano.

Un pubblico, quello inglese, senza pietà e senza stile, che abbandona lo stadio durante le premiazioni e che insulta, con frasi razziste, i suoi stessi giocatori perché sbagliano il rigore. Che ben rappresenta i giocatori inglesi, incapaci di abbracciare sinceramente – come invece fecero gli spagnoli – i loro avversari vincitori, di tenere al collo la medaglia.

La gioia di un popolo in festa

Le piazze italiane si sono riempite. Le grida si sono sollevate, da Milano a Siracusa, da Torino a Udine. Tutta l’Italia ha esultato, ha gridato un grido alla vita e alla libertà, alla gioia e al coraggio. Sì, perché ci sono momenti in cui va fatto, in cui si deve rischiare, in cui la razionalità deve essere abbandonata per lasciar spazio alla passione. Gli italiani hanno gridato, si sono baciati, abbracciati. E lo hanno fatto in barba a quelli del “non si deve”, a quei dottorini, a quei poveri di spirito che hanno guardato e guardano con ironia alle manifestazioni sportive, quelli del “è solo uno sport”. Quelli del “guarda che assembramento, chissà i contagi”, quelli del “che gusto c’è a guardare gente strapagata che corre dietro a un pallone?”.

Gli uccellini del malaugurio

Ieri non è mancata – ma non è l’unica – l’uscita di una signora che ha ben pensato di erigersi a paladina della salute pubblica, a castigatrice, incarnando lo spirito supponente e arrogante di quelli che, spinti in fin dei conti dalla viltà e dalla paura, grigi nello spirito, vorrebbero stare barricati in casa o nei loro piccoli studi. Perché fuori da lì, d’altronde, non saprebbero come interagire con gli altri. Sentirete, nei prossimi giorni, i gufi, i dottorini tristi: i contagi salgono, è stato un errore. Sì, forse è vero: ma uno sbaglio che cos’è, avrebbe detto qualcuno? Si tratta solo di una partita, di un gioco, diranno alcuni. Sciocchezze.

Dire questo è come dire che un’opera lirica è solo della gente che canta o che una sinfonia di Beethoven o Mozart è soltanto una sequenza di note, di suoni. Una partita come quella di domenica scorsa è Storia, è pervasiva: tocca chiunque abbia un attaccamento alla propria nazione. I giocatori, in quel momento, non sono solo giocatori: sono l’Italia, rappresentano ogni italiano e ogni italiana. In un momento in cui siamo martellati da informazioni mediche, in cui siamo bombardati da immagini di morti, malati e camerate di ospedale, in un periodo in cui ci si è abituati a restare distanti, a non toccarsi, a non baciarsi… in questo periodo, siamo tornati a essere un corpo unico e una mente unica, accesi, il corpo e la mente, da un’unica fiamma, quella dell’orgoglio.

Edoardo Santelli

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