Roma, 24 ago – Le pietre di Venezia, così come di molte altre città italiane, parlano e hanno antiche storie da raccontare. Ma in una città adagiata sull’acqua della laguna più famosa del mondo, il materiale col quale è costruita è per forza di cose importato dalla terra ferma. Così fu anche in secoli lontani dove, le iscrizioni romane incise su alcune pietre veneziane, oggi ci raccontano storie affascinanti. A differenza di pressoché tutte le città antiche italiane, Venezia non sorge su un insediamento di origine greco-romana. Nelle acque che scorrono sotto Venezia, come ben sappiamo, ci sono le barene. Questo rende la città di San Marco unica nel suo genere praticamente in tutto il mondo. Con il passare dei secoli, però, moltissimi materiali edilizi di epoca greco-romana, sono stati riutilizzati per le “nuove” costruzioni veneziane. Gran parte di questi arrivavano dalla vicina città di Altino, oggi Quarto di Altino. Nella nascente Venezia, gli “scarti” di Altino sono stati utilizzati per la costruzione di edifici, vere da pozzo, o più semplicemente per abbellire le vie e le piazze della città stessa. La struttura originaria del “Paron de casa”, il Campanile di San Marco del IX-X secolo, fu edificata proprio con tali materiali di reimpiego. Lo si scoprì in seguito al suo crollo, il 14 luglio del 1902, e al successivo scavo delle sue fondazioni.

Le ricerche dell’archeologo Giacomo Boni

Al momento della scoperta di alcune pietre trovate nelle fondamenta di San Marco, che riportavano iscrizioni romane, ci fu grande interesse tra la comunità archeologica italiana di inizio Novecento. A sovrintendere le ricerche venne chiamato colui che all’epoca era senza dubbio tra i migliori al mondo. Stiamo ovviamente parlando dell’archeologo veneziano Giacomo Boni. Già autore degli scavi del Foro Romano e del restauro di Palazzo Ducale, Boni certificò subito la presenza di mattoni bollati e pietre di epoca romana negli scavi di S.Marco. Una testimonianza della scoperta dell’archeologo Giacomo Boni è la stele funeraria in pietra, inserita nel quarto gradone del basamento del campanile. Oggi è custodita al Museo diocesano d’arte sacra Sant’Apollonia. Un’urna cineraria a cassetta del I-II secolo d.C. è conservata nel cortile del Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Sulla sua superficie vi si leggono ancora due iscrizioni romane che riportano una sorta di dialogo tra donne. Sull’antica pietra si riesce a decifrare che Hicete Terenzia, schiava liberata di Caio, ordinò che fosse fatto per testamento un monumento funerario per sé stessa, la madre, il padre e la sorella. Vi è poi documentato anche il trasferimento di quella che ormai era diventata una vera da pozzo al monastero delle benedettine di Ognissanti, nel sestiere di Dorsoduro, avvenuto all’epoca della badessa Pacifica Barbarigo nel 1518.

I sepolcri romani riciclati

Anche i sarcofagi antichi, a Venezia, furono riutilizzati per accogliere nuove inumazioni. Già attestata in epoca tardo romana, questa pratica funeraria nel Veneziano proseguì fino al medioevo e oltre. Al Museo Archeologico si trova infatti un grande sarcofago in pietra d’Istria che testimonia rare storie d’amore coniugale. Già presente nella nostra irredente Pola, nella chiesa di San Mena, nella prima metà del Quattrocento, il monumento fu trasferito a Venezia e reimpiegato intorno al 1563 nella chiesa di San Polo come sepoltura di Francesco Soranzo e Chiara Cappello. In quell’occasione venne fatto realizzare un nuovo coperchio al sarcofago con inciso un epitaffio in cui la moglie veniva definita «amantissima». Gli sposi veneziani, però, come narrano le iscrizioni romane incise nella pietra, furono preceduti nel sepolcro da Marco Aurelio Eutyches e Aurelia Rufena. Questi coniugi romani, che nulla centrano con il più famoso imperatore filosofo, Marco Aurelio, qui riposavano insieme le proprie spoglie nella metà del III sec. d.C.. Come sostengono gli studiosi del Museo Archeologico veneziano; c’è da pensare che riutilizzo e seconda iscrizione non siano affatto casuali.

Da Boni a Calvelli, la ricerca storica continua

A narrarci la storia antica di queste iscrizioni romane collegate a Venezia, è oggi il professor Lorenzo Calvelli. Docente all’Università Ca’ Foscari ed esperto di epigrafia latina, il lavoro di Colvelli è legato al Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Ed è proprio nel cortile del museo che sono custoditi alcuni dei più interessanti reimpieghi epigrafici ritrovati nella città lagunare. Queste antiche iscrizioni romane rappresentano oggi l’ennesimo tesoro veneziano, anche grazie all’impegno di Giacomo Boni e Lorenzo Calvelli, in un secolo di straordinarie ricerche archeologiche che continuano ad affascinare il mondo

Andrea Bonazza

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