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Roma, 27 gen – Viviamo in tempi schizofrenici. Così con l’avvento del Covid abbiamo visto gli apostoli della “società aperta” e dell’ideologia no border trasformarsi, con una disinvoltura a dir poco impressionante, in fanatici del lockdown e in zelanti delatori: coloro che fino a ieri tessevano l’elogio dello sradicamento e dell’abolizione dei confini si sono convertiti al culto dell’apartheid sanitario, al punto da auspicare una sorta di morte civile per coloro che rifiuteranno il vaccino.

Allo stesso modo non può stupire che la sessuofobia stia prendendo il posto della sessuomania, la quale è sempre stata una delle cifre caratteristiche della società liberal-progressista nata dal Sessantotto. E se la cosiddetta liberazione sessuale in definitiva non ha rappresentato nient’altro che la trasposizione a livello fisico della libertà mercantile, una sorta di interiorizzazione della logica commerciale – i corpi devono essere nudi ed esposti, così come la merce deve essere ben visibile e disponibile per il consumatore – all’inizio fu vissuta come una rottura radicale nei confronti di un modello di società giudicato repressivo nei confronti delle pulsioni sessuali.

La crociata del neopuritanesimo

Ma nell’epoca del Me Too e della “mascolinità tossica” quel moralismo da beghine che sembrava archiviato per sempre è tornato prepotentemente in auge. Perciò non possono sorprendere le dichiarazioni che Keira Knightley ha rilasciato in una recente intervista, dove l’attrice inglese si è detta pentita di aver girato in passato scene di sesso sotto gli sguardi e i “grugniti” maschili, e a suo dire tali scene sarebbero tollerabili solo nel caso che il regista fosse una donna. Del resto simili esternazioni trovano largo consenso anche al di fuori del patinato mondo delle star di Hollywood e degli influencer, e ultimamente stiamo assistendo ad una sorta di crociata neopuritana e androfoba che vede nel contatto fisico e nel sesso un male da estirpare, una violenza perpetrata ai danni delle donne, al punto che persino le più innocenti galanterie da parte degli uomini vengono equiparate a vere e proprie molestie.

Un’ondata di bigottismo 

Naturalmente il distanziamento e le misure semi-detentive imposte alla popolazione da quasi un anno non fanno che alimentare questa ondata di bigottismo, e sono frequenti le ramanzine dei vari Crisanti e Pregliasco che invitano i cittadini ad astenersi dai rapporti sessuali per minimizzare il rischio di contagi, con tanto di elogio delle pratiche autoerotiche. D’altronde è indubbio che alcuni dei fenomeni culturali più influenti del nostro tempo, dal transumanesimo al cyberfemminismo, sono animati da un odio viscerale per il corpo e i suoi limiti; un odio che dietro gli slogan apparentemente libertari dell’emancipazione e dell’uguaglianza nasconde di fatto una feroce antropofobia, che mira all’abolizione della natura e delle differenze anatomiche e biologiche tra gli individui. Si tratta di una concezione disincarnata e postbiologica della libertà, oltre che del corpo umano, come se per essere libero l’uomo sia costretto a rinnegare la sua corporeità con le sue relative imperfezioni.

In tutto ciò si potrebbe vedere una forma di neocatarismo: i catari infatti, sulla scia dei manichei, concepivano il corpo come la prigione dell’anima e vedevano nella materia l’origine di ogni male. Questa visione del corpo umano come qualcosa di impuro ed imperfetto è la stessa che ritroviamo tra le avanguardie progressiste, le quali vedono nella tecnologia il mezzo per “liberare” l’uomo dai suoi limiti, primi fra tutti le malattie, la vecchiaia e la morte. Simili concezioni non sono in fondo che uno dei tanti segni di quella che Guénon definiva la volatilizzazione del mondo, e la digitalizzazione della società – a suon di smart working, didattica a distanza, abolizione del contante ed e-commerce – sta creando un mondo sempre meno materiale, dove i corpi e gli oggetti sembrano collassare e dissolversi in un pulviscolo.

L’incubo di un mondo postumano

Lo stesso capitalismo non sfugge a questo processo, e la finanziarizzazione dell’economia riveste il medesimo significato: se fino a qualche decennio fa il principale metodo di accumulazione del capitale era incentrato su delle attività concrete − come la produzione di merci e lo sfruttamento della manodopera − ai nostri giorni poggia al contrario su basi assolutamente fittizie e immateriali. L’economia finanziaria ha infatti soppiantato da tempo l’economia reale, ed essa si basa su una ricchezza del tutto volatile ed ipotetica, fondata com’è sull’anticipazione di un valore che ancora non esiste. Si potrebbe dire che il materialismo nella sua furia di solidificazione abbia finito per erodere se stesso, e in effetti oggi noi viviamo in un mondo letteralmente spettrale, dove tutto si dissolve, si assottiglia, si disincarna.

Un mondo interamente virtuale, il quale rappresenta il sogno di quanti considerano l’uomo come qualcosa di obsoleto e antiquato, qualcosa che necessita di essere manipolato e perfezionato; un sogno (o meglio un incubo) peraltro coltivato in tempi non sospetti, se già alla fine delle anni Settanta la femminista americana Ti-Grace Atkinson scriveva: “l’atto sessuale non dovrebbe più essere il mezzo impiegato dalla società per rinnovare la popolazione”. E le ricerche sull’utero artificiale, la fecondazione in vitro, il “mind uploading” e altre meraviglie del tecnocapitalismo, permettono di dar vita ad un modello di società in cui non c’è più spazio per l’uomo così come l’abbiamo conosciuto. Un sogno, in definitiva, di morte, e che rischia di far precipitare il mondo intero in un’incurabile cupio dissolvi.

Flavio Ferraro

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