Roma, 29 mag – Qualche giorno fa, su Le Figaro, è apparsa un’interessante intervista a Serge Tisseron, psichiatra e psicanalista che da anni si occupa del concetto di “empatia”. Spiegava lo studioso nel corso del colloquio con la testata transalpina: “Constato che l’empatia è il nuovo totem psicologico che viene messo in tutte le salse per pretendere di spiegare e risolvere numerosi problemi. Qualche anno fa era la stessa cosa per ‘resilienza’ o ‘molestia morale’. A un certo momento, tutti hanno questo termine in bocca, ma con una definizione molto imprecisa, che impedisce di comprendere le situazioni alle quali si applica”. Secondo una definizione preliminare, empatia sarebbe il “mettersi al posto dell’altro. Ma è desiderabile? No, perché se mi metto a piangere e a soffrire insieme alla vittima, non la sto aiutando. Un’empatia solamente emozionale è un handicap. D’altronde, è davvero possibile? Se una donna che è stata violentata viene da me per un consulto, posso davvero ‘mettermi al suo posto’?”.

Nel suo ultimo libro, Empathie et manipulations, les pièges de la compassion (Albin Michel), Tisseron fa un esempio concreto: “L’Isis ha operato, su giovani idealisti con carenza di ragioni per vivere, un vero lavoro di empatia, mettendo avanti la sofferenza dei bambini siriani”. In effetti accade quasi sempre che, sui social o nei pc dei terroristi, si trovino le immagini truculente delle decapitazioni dello Stato islamico insieme a filmati sulle vittime civili dei bombardamenti occidentali anti-Isis. Già qualche giorno fa avevamo parlato di come una delle molle psicologiche cruciali che spinge i ragazzi verso la militanza nello Stato islamico sia proprio un vittimismo atavico tipico dell’islam in quanto tale. Su questo sentimento, l’Isis lavora in modo peculiare, per cui, alla fine, il soldato del Califfato agisce in buona coscienza, essendo ormai saturo di immagini di bambini siriani maciullati: in questo modo, gli occidentali possono provare sulla loro pelle ciò che le famiglie siriane provano da anni. Ecco quindi che persino il gruppo più violento e feroce conosciuto dalla seconda metà del ‘900 a oggi non sfugge alla dittatura dell’empatia: non solo ne fa ampio uso per auto-giustificarsi, ma ne sfrutta i meccanismi per colpire gli occidentali. Dall’orizzonte empatico, quindi, non si esce. E se c’è dentro l’Isis, figurarsi noi.

Chiunque abbia affrontato una discussione su un tema caldo da social sa di cosa parliamo: l’incapacità della gente di saper formulare un pensiero che esuli dal proprio vissuto personale è allarmante. Di più: il vissuto diventa un argomento per sostenere qualsivoglia tesi, senza che ci si sforzi di escogitare un’argomentazione con un minimo di oggettività. Il che, peraltro, è anche figlio della logica del politicamente corretto, per cui di un discorso non conta se sia vero o falso, ma se sia o meno offensivo verso qualche sensibilità. E’ la “generazione fiocco di neve”, incapace di far fronte alla realtà e persino di sostenere un dibattito. Michela Marzano, parlamentare e filosofa, ha scritto nel suo saggio in favore dell’ideologia gender (Papà, mamma e gender): “E ora venitemi pure a dire che se mi batto per i diritti degli omosessuali e contro l’omofobia e la transfobia è perché mio fratello è gay, per evitare che anche agli altri dicano ‘frocio’ come hanno detto a scuola a lui. Venite pure. Tanto in parte è così”. Quindi, par di capire, se il fratello della Marzano fosse stato aggredito dai centri sociali, lei oggi sarebbe di estrema destra. “Sublimazione di un contenuto naturalistico”, lo definiva Evola, parlando della sensibilità morale tipicamente femminile (e infatti le mamme ne sono un esempio tipico, soprattutto per ciò che riguarda i loro figli. Es. i vaccini). Oggi, tuttavia, si tratta di un meccanismo generalizzato.

Ovviamente l’empatia così concepita è nemica del concetto stesso di diritto. Non è un caso, ma una precisa esigenza di giustizia, se il diritto è amministrato da un giudice terzo e non da una delle parti in causa. Eppure il commentatore empatico collettivo argomenta sempre, di fronte ai fatti di cronaca: “E tu cosa faresti se fossi il padre/figlio/marito della vittima?”. Ma il diritto è esattamente il contrario dell’immedesimazione con la vittima. Anche perché quella dell’immedesimazione è strada irta di trabocchetti e si presta, come faceva notare Tisseron, alla manipolazione. L’immedesimazione, infatti, è sempre selettiva: non ci si può calare nei panni di tutti gli abitanti della Terra e sentire come propria la sofferenza di tutti. Ma questa selezione non sempre avviene in modo innocente. Anzi, non accade mai. Tutto sta all’oggetto che la società dello spettacolo ritiene degno di storytelling: come non empatizzare con il piccolo Aylan riverso senza vita su una spiaggia turca? Potrebbe essere vostro figlio. Ma sui morti del terrorismo islamista si sorvola senza tanti complimenti: le foto truculente vengono censurate, le storie delle vittime non vengono raccontate. Oppure, andando più sul leggero, pensiamo al lavoro mediatico che è stato fatto su Macron e sulla sua strana storia d’amore: tutti i media concordi nel formulare un romanzo rosa che facesse sognare le elettrici tardone. Eppure anche su Marine Le Pen bambina che si riversa in strada nel cuore della notte perché qualcuno le ha fatto saltare l’abitazione con una bomba si poteva costruire una narrazione emotiva, dato che è successo davvero. Ma su questo non si crea storytelling, anche se si potrebbe, quindi nessuno si immedesima. Ed è così che, a colpi di bontà ed empatia, si creano le condizioni per nuovi disastri e nuovi massacri.

Adriano Scianca

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  1. Bellissimo articolo. Ci si può accoppiare anche l’ancora attuale saggio di Soulez-Larivière, “Il tempo delle vittime”, in cui le vittime, di qualsiasi tipo, sono diventate i nuovi eroi della società “democratica” contemporanea.

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