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Janet Yellen, governatrice della Federal Reserve

New York, 18 set – “I recenti sviluppi economici e finanziari possono frenare l’attività economica e verosimilmente spingere ulteriormente verso il basso l’inflazione nel breve termine”, questo un passaggio della dichiarazione della Federal Reserve (Fed) al termine dell’attesissimo incontro del Comitato federale del mercato aperto (FOMC), in cui è stato nuovamente deciso di non aumentare i tassi d’interesse sui prestiti interbancari, in pratica il “costo del denaro”, come avviene ormai dal lontanissimo 2006. I tassi rimangono quindi confinati tra lo 0% e lo 0,25%.

Nonostante che, secondo la Fed, “complessivamente, gli indicatori di mercato mostrino che la sottoutilizzazione della forza lavoro è diminuita dall’inizio dell’anno”, come nota il Wall Street Journal una varietà di fattori ha imposto una pausa, incluso un dollaro più forte, la volatilità dei mercati azionari e dei titoli di Stato e i segnali di rallentamento in Cina, la seconda economia del mondo. A questo punto, infatti, alzare i tassi d’interesse con l’obiettivo di portare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%, avrebbe comportato almeno nel breve termine un aumento del valore del dollaro Usa, con conseguenze negative sulle esportazioni, fino a produrre perfino una “deflazione importata”, in contrasto con gli obiettivi della Fed.

In realtà, proprio in riferimento all’importante decisione della Fed, il mercato del lavoro negli Stati Uniti è tutt’altro che florido, sia in termini di valori assoluti (per esempio, il record di potenziali lavoratori non inclusi nella forza lavoro) sia in termini di qualità della nuova occupazione che vede una diminuzione degli occupati manifatturieri a fronte di un aumento di quasi pari entità dei lavoratori della ristorazione, più precari, sotto-qualificati e sottopagati.

Nessuno dei due obiettivi istituzionali della Fed – piena occupazione e inflazione al 2% – potevano quindi, in realtà, essere perseguiti per mezzo di una stretta monetaria, col risultato che le autorità monetarie Usa si sono sostanzialmente arrese alla spirale deflazionaria, decidendo di lasciare l’economia nazionale e globale al suo destino almeno fino al termine di quest’anno. Il massimo del complottismo ammesso in questa situazione è credere che nessuno sia realmente al timone dell’economia globale.

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Per la prima volta, la Fed ammette la possibilità di tassi d’interesse reali negativi (punti evidenziati nel grafico) nel 2015 e 2016 (le previsioni successive ovviamente non contano)

Non c’è da aspettarsi, insomma, una ripresa degli investimenti strategici, tanto più che per la prima volta nella storia la Fed ammette la possibilità di tassi d’interesse reali negativi sia nel 2015 che nel 2016, segnale che nonostante le gigantesche iniezioni di liquidità non sono servite se non a sbilanciare i mercati azionari creando immense bolle speculative senza fondamenti nell’economia reale, che hanno lasciato letteralmente sul lastrico milioni di piccoli investitori (e arricchito le élite finanziarie).

Ancora più impressionante questa dichiarazione della governatrice della Fed, Janet Yellen: “Non mi aspetto che stiamo andando verso un’ulteriore alleggerimento quantitativo [iniezioni di liquidità creata dal nulla, ndr]. Ma se le prospettive [economiche] dovessero cambiare in modo che la maggior parte dei miei colleghi non si aspetta, e ci trovassimo con un’economia debole che necessita di un’ulteriore stimolo, allora ricorreremo a tutti gli strumenti a nostra disposizione. E quello sarà qualcosa che valuteremmo in quel tipo di contesto”.

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Montagna crescente del debito globale

Tradotto: non è una questione di “se” ma solo di “quando” si metterà mano alla successiva fase di finanziamento dell’economia da parte delle banche centrali, cioè alla stampa di denaro a prescindere dalla richiesta: per gli Stati Uniti, si tratterà della quarta volta dal 2008, e senza che alcun risultato tangibile sia stato raggiunto se non rendere l’economia globale (che, per inciso, per la prima volta entra nelle considerazioni ufficiali della Fed – finora si era ufficialmente limitata all’economia interna) sempre più debole e dipendente dall’ossigeno fornito dalle banche centrali che, in altri termini, significa dipendente da una montagna di debito crescente a ritmi accelerati – il 40% in più soltanto dal 2008, e il 130% in più dal 2000.

D’altra parte, come appena l’altro ieri spiegava molto bene l’analista Charles Hugh Smith, lo status quo è “condannato” – e nessuna misura finanziaria creativa potrà salvarlo – dalla difficoltà di reperire ulteriori risorse fisicamente utilizzabili per la crescita economica che siano a un tempo abbondanti e a buon mercato, in un quadro di crescita demografica particolarmente esplosiva proprio in molti dei paesi produttori.

Negli stessi Stati Uniti, per concludere, nonostante l’accesso a un credito abbondante e a tassi praticamente azzerati, e nonostante che sia per legge destinata tutta e solo al mercato interno, la stessa produzione petrolifera si è già ridotta di oltre il 5% rispetto a marzo-aprile scorso, segnale che qualcosa di molto profondo è cambiato nella sostenibilità della crescita pompata a colpi di barili di oro nero. Anche questo l’avevamo detto e ci sia permesso di pensare che la Fed abbia tenuto conto anche di questo fattore nel perseguire la decisione di non alzare i tassi contro le previsioni maggioritarie – una decisione che potrebbe in futuro essere classificata come storica.

Francesco Meneguzzo

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