south_stream_NO_ITALIARoma, 2 dic – South Stream, il grande progetto dell’infrastruttura di gasdotti che dal 2018 avrebbe dovuto portare 63 miliardi di metri cubi di metano ogni anno verso l’Europa – Balcani, Italia ed Europa centrale – dalla Russia attraverso i fondali del Mar Nero e “saltando” l’Ucraina, appena nato è già ufficialmente morto.

Ieri in Turchia, prima il Presidente Russo Vladimir Putin, poi il CEO di Gazprom, Alexey Miller, hanno messo la pietra tombale sul progetto facendo seguito al voltafaccia dell’Unione Europea.

Battezzato da uno storico incontro sempre in Turchia – correva il 6 agosto 2009 – tra lo stesso Putin, l’allora premier Turco Erdogan, e l’allora primo ministro Italiano Berlusconi, per noi Italiani assai tristemente il funerale prematuro del South Stream è andato in onda nello stesso scenario, poco più di cinque anni dopo, con la sola assenza del partner Italiano.

Al contempo, i due presidenti superstiti, Putin ed Erdogan, hanno lanciato un nuovo mega-progetto, della stessa esatta capacità del South Stream, cioè 63 miliardi di metri cubi all’anno, che però vedrà impegnata la Botas – omologo Turco dell’ENI – e passerà oltre che di nuovo sui fondali del Mar Nero, ovviamente sul territorio del vicino paese asiatico, lasciando aperta la prospettiva di rifornire comunque anche la Grecia e alcuni paesi balcanici.

south_stream_noSe è vero che l’approdo in Italia, ferocemente malvoluto dagli USA, e al centro di pressioni le cui modalità probabilmente non saranno mai chiarite, era stato già messo in forte discussione lo scorso mese di maggio, per i nostri campioni energetici ENI – socia del South Stream al 20% – e SAIPEM, aggiudicataria di grandi contratti tra cui l’ultimo e più ricco, da 2 miliardi di dollari, assegnato soltanto lo scorso maggio, il futuro su questo versante si fa quanto mai oscuro.

Diciamolo chiaro e forte, allora: come al solito, come in Libia, solo pochissimi anni fa nostro principale fornitore di petrolio di altissima qualità, le politiche imperiali e caotiche targate USA e quelle vergognose dello struzzo Europeo colpiscono al cuore la nostra economia, la nostra sicurezza energetica e le nostre relazioni internazionali e mediterranee.

Ancora di più, non si tratta “soltanto”, e non è davvero poco, di contratti miliardari per opere di altissima tecnologia in cui l’Italia primeggia nel mondo, né “soltanto” di un aumento folle e sconsiderato dei rischi di approvvigionamento energetico, ma di aver perso per sempre o almeno nei tempi prevedibili la partnership strategica con la Russia e con tutta l’unione euroasiatica in formazione tra Russia, Cina, Asia centrale e, ora, Turchia, un mondo in crescita e finora ansioso di ampliare i rapporti economici con l’Europa occidentale.

Se questo non è il colpo finale alle ambizioni di una Nazione come la nostra, manifatturiera, tecnologica, geniale, di cosa altro abbiamo bisogno per deciderci a uscire precipitosamente dall’Euro, da questa Unione Europea, e infine dal vero padrone NATO?

Non saranno preferibili pochi anni di relativa sofferenza, superabili col nostro ingegno, con la nostra moneta sovrana, con relazioni profonde da ricostruire in fretta, piuttosto che allungare anche l’altra gamba verso l’abisso?

Francesco Meneguzzo

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  1. […] Partendo dalla fine, un sicuro segnale della rilevanza degli accordi sul gas, solo in parte svelati, consiste nella reazione del commissario per l’energia della Ue, Maros Sefcovic, che si è lamentato dell’esclusione della Commissione dalla squadra negoziale, adducendo possibili violazioni delle regole della concorrenza. Per inciso, il medesimo pretesto – quello delle regole sulla concorrenza – utilizzato dalla Commissione stessa per far fallire nel dicembre scorso, su pressione d’oltreoceano, il grande progetto del gasdotto South Stream. […]

  2. […] Partendo dalla fine, un sicuro segnale della rilevanza degli accordi sul gas, solo in parte svelati, consiste nella reazione del commissario per l’energia della Ue, Maros Sefcovic, che si è lamentato dell’esclusione della Commissione dalla squadra negoziale, adducendo possibili violazioni delle regole della concorrenza. Per inciso, il medesimo pretesto – quello delle regole sulla concorrenza – utilizzato dalla Commissione stessa per far fallire nel dicembre scorso, su pressione d’oltreoceano, il grande progetto delgasdotto South Stream. […]

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