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L’autunno nero dell’energia

by Filippo Burla
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petrolio offshoreRoma, 2 dic – In ultimo arrivò il South Stream. O meglio, l’annuncio di Putin relativo alla cancellazione del progetto che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare il gas naturale dalla sponda russa sul Mar Nero fino in Europa, oltrepassando così un’Ucraina sempre più “incognita”. Quanto le intenzioni del presidente siano un progetto concreto o un voler pungolare la tentennante Unione Europea, non e’ ancora dato sapersi. Ciò che rileva, al momento, è che le nubi all’orizzonte attorno al gasdotto hanno segnato il crollo verticale delle azioni Saipem, che oggi a Milano marcano ben oltre -8%, sospese per eccesso di ribasso.

La società, controllata dall’Eni (che a sua volta partecipa al progetto South Stream stesso con una quota pari al 20%), proprio nei giorni scorsi aveva già messo in funzione due navi posatubi, a seguito del contratto da 2 miliardi siglato lo scorso marzo. Un tiro mancino, dopo che negli ultimi due anni aveva faticosamente recuperato operatività e margini. Risalgono ai primi mesi del 2013 le inchieste (poco chiare, a dirla tutta) e i “profit warning” relativi ai contratti rivelatisi poco remunerativi, se non addirittura in perdita. Un combinato che si era tradotto in due tracolli in borsa molto ravvicinati nel tempo. Da qui le prime avvisaglie su una sua possibile cessione, data per probabile nei mesi scorsi e che ora potrebbe trovare nuova linfa nonostante il poco favorevole contesto di mercato.

La crisi del settore non si spiega però con le sole problematiche ad est di Kiev. A farla da padrone sono infatti, da un lato, la sovrapproduzione di petrolio; dall’altro il drastico calo di consumi sia di oro nero che di gas naturale in tutto il vecchio continente.

Per quanto riguarda il primo punto, abbiamo già visto come l’eccesso di produzione -che vede i paesi arabi protagonisti- abbia scarse motivazioni di mercato ma si possa innestare nell’attuale quadro geopolitico. In merito invece al secondo, la fa da padrone il perdurante stato di stagnazione e recessione che coinvolge l’intera Europa. Un calo nel prezzo del greggio -anche oggi il Brent segna un calo di oltre un punto percentuale, scendendo sotto i 60 euro al barile– potrebbe, al netto delle accise che pesano ormai quanto, se non oltre, il prezzo di produzione- sì aiutare a recuperare qualche decimale di crescita, ma in assenza di una visione più in là nel tempo rimane un affidarsi agli umori dei mercati. Non proprio una strategia di politica industriale sul lungo termine.

Filippo Burla

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