putin assad siriaDamasco, 10 set – Il Risiko Siria si fa sempre più difficile. Breve riepilogo: c’era una volta un leader laico, certo autoritario e mal visto per la sua ostilità a Israele, ma comunque universalmente considerato interno alla comunità internazionale, tant’è che Napolitano aveva nominato il leader siriano cavaliere di gran croce. Poi, con le “primavere arabe”, anche in Siria ha cominciato ad agitarsi una “opposizione democratica” che solo in pochi definivano come una mascheratura dei peggiori tagliagole dell’area.

La storia ha dato ragione a quei pochi e oggi Damasco è veramente alle porte dell’inferno. Per tutta la durata della crisi, tuttavia, la linea dei governi occidentali è stata inflessibile: la cacciata del “tiranno” era la precondizione essenziale rispetto a qualsiasi ipotesi sul futuro della regione. La speranza era ovviamente che il Rais perdesse consenso e che venisse sconfitto militarmente. Nessuna delle due cose è avvenuta, anche se in entrambi gli ambiti Assad ha subito delle perdite. Il regime, tuttavia, regge. La popolarità in gran parte regge e il sovrumano sforzo bellico – parliamo di quattro anni soli contro il mondo – per ora ha dato i suoi frutti, sia pur con perdite di uomini, mezzi e porzioni di territorio significative.

Dal punto di vista militare ormai la Siria vede un viavai di attori in posizioni e ruoli differenti: ci sono i francesi che fanno i raid dal cielo, aggiungendosi agli americani, i russi che sono anche sul terreno insieme alle milizie sciite coordinate dall’Iran, Isis e al Nusra concorrono in un’agghiacciante competizione del terrore. Ankara, Doha e Ryad, intanto, tramano nell’ombra, dopo aver voluto sostituire Assad con un governo islamico sunnita dei Fratelli Musulmani. Progetto fallito, per ora e, si spera, per sempre.

Ma è soprattutto l’escalation del coinvolgimento russo a colpire. La Russia ha inviato in Siria due navi per il trasporto di carrarmati e un ulteriore mezzo aereo, schierando inoltre un piccolo contingente di fanteria navale nel paese, confermando inoltre la presenza di esperti militari e la possibilità di aumentare l’assistenza militare contro il terrorismo, ha spiegato la portavoce del ministero degli esteri Maria Zakharova. “Non abbiamo mai nascosto la nostra cooperazione tecnico militare con la Siria. Da tempo forniamo armi ed equipaggiamento militare alla Siria nel rispetto dei contratti e delle leggi internazionali”, ha detto. Nel frattempo la Grecia ha assicurato alla Russia l’autorizzazione al sorvolo, fra il primo e il 24 di questo mese, per gli aerei con aiuti umanitari diretti alla Siria (gli Usa avevano chiesto ai paesi europei interessati di negare la richiesta della Russia). I governi di Madrid e Vienna, intanto, prendono coraggio. A Teheran il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Garcia Margallo ha detto senza mezzi termini che “è giunto il momento di avviare negoziati con il regime di Bashar al Assad”. Gli ha fatto eco da Dubai il collega austriaco Sebastian Kurz: “abbiamo bisogno di un approccio prammatico che includa il coinvolgimento di Assad nella lotta contro il terrore Isis. Non possiamo dimenticare i crimini di Assad, rileva Kurz, ma neanche che in questa guerra siamo dalla stessa parte”. Anche François Hollande lancia qualche timida apertura:“La questione della partenza di Assad sarà posta prima o poi”. E prima o poi, magari, ammetteranno anche di aver sbagliato su tutta la linea.

Giuliano Lebelli

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