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BORDERTOWN: A scene from BORDERTOWN on FOX. © and ª BORDERTOWN and TCFFC ALL RIGHTS RESERVED. CR: FOX



Roma, 30 apr – L’immigrazione sarà la pietra d’inciampo della comicità politicamente scorretta made in Usa? La domanda è pertinente, ma per sapere la risposta basterà attendere il 4 maggio, quando alle 22.50, su Fox Animation, andrà in onda Bordertown, la nuova serie animata creata dallo sceneggiatore dei Griffin, Mark Hentemann, e che vede come produttore esecutivo lo stesso Seth MacFarlane, che della famiglia di Peter e Lois è il creatore.

Dopo aver ironizzato su ogni religione e minoranza etnica (come non ricordare la «sveglia palestinese» di Peter, che intona Allahu Akbar ed esplode, o il battibecco stereotipato tra un italo-americano e una donna nera, di fronte al quale uno «stormo di ebrei» si alza in volo impaurito), ora i papà dei Griffin si trovano di fronte alla sfida cruciale per ogni artista politicamente scorretto: riuscire a mantenere la stessa carica irriverente anche sul tema lacrimevole per eccellenza in questo momento. Ovvero l’immigrazione. Il che, negli Usa, vuol dire una sola cosa: Messico. È lì che Donald Trump vorrebbe costruire il suo muro ed è vicino a quel confine che si trova l’immaginaria città di Mexifornia in cui la serie è ambientata. I due personaggi principali sono Bud Buckwald, un agente di frontiera fiero del suo lavoro e diffidente nei confronti degli immigrati, e il suo vicino di casa Ernesto Gonzalez, un immigrato padre di famiglia ambizioso, felice di vivere con la sua famiglia negli Usa. Nel corso del primo episodio vedremo Bud infuriarsi alla notizia che la figlia Becky ha deciso di sposare J.C., il nipote di Ernesto appena rientrato a Mexifornia dopo aver concluso il college. La storia tra i due, per la felicità di Bud, viene però stravolta dall’approvazione di una rigida legge anti-immigrazione (la «Show me your papers law») che porta all’immediata deportazione in Messico di J.C.

Black Brain

Immediata nel senso letterale del termine: a Mexifornia esiste infatti un «deportation cannon», grottesco cannone con cui clandestini vengono rimpatriati, venendo sparati di là dalla frontiera. Il punto di partenza, va detto, non è originalissimo: le due famiglie di diversa estrazione etnica vicine di casa, l’ovvio amore tra due loro giovani membri osteggiato dai grandi, il gioco dello scontro di civiltà riprodotto sulla scala dei rapporti di vicinato. Tutto già visto. Piuttosto trasparenti sono anche i riferimenti all’attualità: nel secondo episodio i cittadini di Mexifornia decidono di costruire un muro invalicabile che separi Messico e Usa. È esattamente la proposta di Donald Trump. Personaggio che, come Berlusconi, si presta alla caricatura, che del resto è sempre legittima e sacrosanta. Dopodiché, da noi le barzellette su Berlusconi si sono travestite da “teatro civile” per 20 anni, diventando un tormentone stantio e conformistico che ha impedito di fare satira, e quindi di riflettere criticamente, su qualsiasi altro argomento. Gli americani faranno la stessa fine con il vulcanico Trump? E, sotto la lente di Hentemann e MacFarlane, gli immigrati usciranno da quella dimensione angelicata in cui li ha confinati, con un vero e proprio razzismo di segno inverso, il pensiero dominante?

Seth MacFarlane ha già dimostrato di avere una vena comica capace di andare anche oltre le sue stesse idee politiche. Sostenitore del Partito democratico, ha donato più di 200mila euro in favore dell’elezione di Barack Obama e, nelle attuali primarie, si è schierato con Bernie Sanders. È anche un entusiasta sostenitore delle battaglie per i diritti dei gay. La cosa non gli ha impedito, tuttavia, di mettere in scena vari sketch piuttosto caustici sugli omosessuali, che gli hanno causato gli imbronciati rimproveri della permalosissima comunità lgbt. Anche in Bordertown non mancano le prese in giro ai messicani. Una per tutte: nella serie animata, alla tv messicana danno il programma “Pimp my buckle” parodia dei programmi stile “Pimp my ride” in cui si customizzano le supercar. In questo caso gli immigrati messicani personalizzano le fibbie delle proprie cinture, che diventano enormi e parossistiche, grandi quanto la facciata di un palazzo. È la tipica ironia iperbolica alla MacFarlane. Ma per graffiare veramente bisogna osare di più. Provaci ancora, Seth.

Adriano Scianca

 

 

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