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elogio miliardari corrono appresso a un palloneParigi, 3 lug- Sì, è vero, Gigi Buffon ieri sera piangeva davanti alle telecamere, ma già nelle prossime ore volerà in qualche paradiso tropicale con Ilaria D’Amico e forse il pensiero del sostanzioso conto in banca attenuerà il dolore per l’eliminazione con la Germania. Sì, è vero, noi restiamo qui, senza paradiso tropicale, senza conto in banca e senza Ilaria D’Amico, con tutti i nostri guai, dove peraltro saremmo stati anche con la Nazionale vincente. A qualcuno tanto basta per grillineggiare sui social network contro i “miliardari che corono dietro a un pallone” e le “armi di distrazione di massa”, ché fosse stato per loro al posto degli Europei in prima serata su Rai Uno sarebbe andato un documentario sul signoraggio, ieri sera. Curiosa deriva, questa degli indignati anti-calcio, che, pur ammantati di velleità contestatarie e “populiste”, si appropriano del più classico dei luoghi comuni delle élite politicamente corrette, snob e anti-popolari. Giano Accame apriva il suo Socialismo tricolore con il ricordo di come il Paese visse la vittoria dell’82, riportando succulenti stralci da L’Unità e della stampa comunista, entrata all’epoca in pieno psicodramma di fronte alle folle festanti scese in strada con il tricolore, come non se ne vedevano da… beh, lo sapete. Ecco, rileggiamo quella prosa involuta, quell’intellettualismo straccione, quella gabbia ideologica opprimente, quella volontà trombonesca di parlare a nome delle masse senza capirle: lasciamo a loro (e a Marco Travaglio) i lamenti moralistici sul calcio.

Quale sarebbe, poi, la colpa di Buffon, De Rossi e compagni? La ricchezza? Chi sostiene l’economia di mercato dovrebbe alzare le mani di fronte a una delle poche dinamiche economiche attuali perfettamente spiegabili proprio alla luce del mercato. E chi non la sostiene dovrebbe forse trovare bersagli degni di maggior attenzione. Anche perché il grande sportivo, così come il grande artista, condurrà sempre un’esistenza fuori dall’ordinario, anche in termini economici, e questo accadrà in ogni regime, capitalista, comunista o fascista che sia. Si tratta, allora, di “società dello spettacolo”, di distrazione del pubblico dai problemi più importanti? In realtà un semplice esame empirico può dimostrare come l’onanismo parolaio stia spesso più dalla parte di chi critica i “miliardari in mutande” che da quello di chi li sostiene. Ma dove sta scritto che per essere buoni patrioti occorra schifare le passioni popolari, magari proprio quando esse fanno leva sul sentimento patriottico stesso? E qui c’è l’altra obiezione classica: il nazionalismo a corrente alternata. Che coglie forse una parte di realtà, ma che delinea anche una visione semplicistica degli umori popolari, che sono sempre incostanti e hanno sempre bisogno di un innesco estemporaneo per divampare.

Quel che non si capisce è perché sia più colpevole uno che mette al balcone la bandiera nazionale solo per Mondiali ed Europei rispetto a uno che persino in queste circostanze trova comodo rifugiarsi in uno snobismo ancor più decadente. Certo, la nazione di Mazzini, di Gentile, quella per cui sono morti Cesare Battisti e Niccolò Giani non è esattamente la stessa per cui ieri sera versava lacrime Barzagli. Ma a forza di staccare troppo il popolo trascendentale dal popolo empirico, la nazione ideale e la nazione reale, il rischio è quello di perdere contatto anche con la realtà. I messaggi che trasmette questa squadra impastata solo di orgoglio, fierezza, volontà e carattere sono potenti, e chi se ne frega di quanto guadagnano. Giaccherini con il volto trasfigurato mentre canta l’inno, De Sciglio che segna e bacia il tricolore non sono comunque simboli politicamente neutrali, e questo a prescindere dalle idee politiche di Giaccherini, se ne ha, o dello stile di vita di De Sciglio, che magari non sarà proprio pavoliniano. Un calciatore, come un artista, vale come simbolo, per quel che riesce a imprimere nelle coscienze collettive, lui come uomo è cosa che può interessare alla moglie, al limite. Certo, con i facili entusiasmi non si fanno le rivoluzioni. Figuriamoci con i lamenti bacchettoni.

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. Un mio amico mi disse, dopo i rigori, “ho intenzione di tenere il tricolore in balcone tutto l’anno”.
    Dalle passioni popolari può sempre risorgere il nazionalismo.

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