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schaeuble germania brexitRoma, 4 lug – Quasi un fulmine a ciel sereno, capace di trasformare anche i falchi più agguerriti in colombe. La Brexit fa paura, paradossalmente più alla Germania che a Bruxelles. Non che dalle parti della Commissione abbiano preso in simpatia l’esito del referendum, anzi. Ma è a Berlino che si concentrano i maggiori timori.

“La situazione è così grave che è necessario smettere di giocare ai soliti giochi di Europa e Bruxelles. L’Unione europea si trova ad affrontare un test cruciale, forse il più grande della sua storia”, ha detto in un’intervista rilasciata al Welt am Sonntag il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. “In linea di principio – ha proseguito – sono favorevole a una maggiore integrazione in Europa. Ma questo non è il momento. Di fronte alla demagogia e all’euroscetticismo sempre più diffuso, l’Europa semplicemente non può continuare come prima“. Da qui la proposta: “Se non tutti i 27 vogliono mettersi insieme dall’inizio, allora inizieremo con pochi. Se la Commissione non ne fa parte, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi fra i governi”. Un cambio di paradigma non indifferente, dato che il metodo cosiddetto “intergovernativo” è già stato, su molte decisioni e procedure, sostituito dal metodo comunitario che assegna un primato decisionale alla Commissione. E un passo indietro notevole, che segnala come la Germania non sembra fidarsi più del massimo organo in seno all’Ue.

Da cosa derivano i timori di Schaeuble e dell’esecutivo tedesco? Non è un mistero che la Gran Bretagna sia un importatore netto dalla Germania, per cui la sua uscita dall’Ue, con conseguente e probabile rinegoziazione “migliorativa” dei trattati, possa ridurre il deficit della bilancia commerciale di sua maestà. Berlino rischia di perdere qualcosa come 15 miliardi di esportazioni su 90 totali: oltre il 15% di quelle verso Londra, l’1.25% dell’export totale (quasi 1200 miliardi) tedesco, più del 5% di quel surplus astronomico di fronte al quale i richiami della Commissione – che richiedeva di tenerlo al di sotto del 6% del Pil, soglia che la Germania ha sfiorato per otto anni di seguito senza alcun provvedimento da parte dei commissari – non sono serviti a nulla.

Il colpo derivante dalla Brexit non sarà certamente esiziale per le finanze teutoniche. La scelta del Regno Unito rappresenta però un precedente non da poco: e se altri volessero seguire l’esempio londinese? Ad esempio la Francia, verso cui la bilancia commerciale a favore della Germania assomma a quasi 40 miliardi di euro su 103 totali di merci spedite oltre la vecchia linea Maginot. Se dalle parti di Parigi non si parla di referendum, il tema è invece di attualità – in alcuni casi già da prima della Brexit – in altre nazioni, dalla Svezia alla Finlandia (Helsinki, per intenderci, ha fatto tutti i compiti a casa e rispetta ogni indicazioni derivante dai trattati: e si trova in una recessione spaventosa) fino a Repubblica Ceca e Slovacchia, per arrivare perfino in Olanda.

Filippo Burla

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