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poundRoma, 6 giu – Arrivano i primi caldi, la crisi non dà scampo e la Rai ci propone ancora “TuttoDante” di Roberto Benigni, che fino al 29 luglio ci ammorberà con la sua stanca interpretazione fatta di stupore beota, diluvio di superlativi e la solita ardita esegesi sul fatto che ogni verso della Divina Commedia significa che dobbiamo volerci bene e che Berlusconi è un bischero.

Come se ne esce? Per esempio con il Dante di Ezra Pound (Marsilio, € 20,00, pp. 252). Ottimo contro Benigni, male non fa neanche contro la crisi, mentre per i primi caldi bisogna ancora arrangiarsi da sé.

Già Mussolini, nell’incontro avuto con il poeta il 30 gennaio 1933, alle 17.30, a Palazzo Chigi, era stato colpito da «quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del Trecento».

L’esordio poetico di Pound era del resto già tutto dantesco, con quella raccolta chiamata A lume spento, un titolo evocato direttamente dal Purgatorio. Per non parlare, poi, dei Cantos, che al grande fiorentino fanno riferimento continuamente, sin da questo strano titolo con un termine italiano pluralizzato all’inglese.

Pound amava alla follia Dante, sia pur detestando curiosamente Firenze, «la più dannata città italiana dove non c’è posto per sedersi, stare in piedi o camminare».

Diverse volte il poeta si è improvvisato anche critico letterario, componendo scritti su Dante, Cavalcanti, la poesia provenzale sparsi qua e là in saggi e riviste. Il volume edito da Marsilio raccoglie tutto questo materiale e ne fa un’operadante unica, antica e nuova allo stesso tempo.

La genesi del saggio è ricostruita nella densa introduzione di Corrado Bologna e Lorenzo Fabiani, che pure non possono proprio evitare di iniziare il loro intervento con l’esorcismo di rito in cui si condannano le «utopie estremistiche» relative alle idee economiche del poeta, nonché ovviamente il fatto che egli «cadde nella trappola dell’ideologia più folle». Questo passaggio catartico sembra ormai ineludibile per chi voglia avvicinarsi a Pound senza destare sospetti di scorrettezza politica.

Tornando al testo, sembra che l’idea di raccogliere il materiale poundiano su Dante sia nata durante gli scambi epistolari fra il ventenne Vanni Scheiwiller e l’allora recluso poeta americano. Al solito, l’ossessione pedagogica spingeva Pound a suggerire edizioni, riedizioni, traduzioni e ristampe.

Tra cui una sorta di percorso dantesco che egli definiva ironicamente Cursus Ezraticus (così come chiamava Ezuversity il circolo di hippy, neonazisti e intellettuali che si riunivano ad ascoltarlo nel cortile del manicomio). L’idea fermentò, e Scheiwiller cominciò a lavorarci nel 1965.

Si arrivò anche a stampare delle bozze, il cui primo giro probabilmente Pound poté anche esaminare. Le vicende professionali e umane dell’editore rimandarono di continuo la pubblicazione, tant’è che in un promemoria del 10 luglio 1975 fra le carte lasciate da Scheiwiller leggiamo: «Dante / Pound per quando torno in luglio (fine) – agosto». Ma non se ne fece mai nulla e l’editore, morto nel 1999, restò con il rimpianto di non aver mai dato alla luce il libro che adesso finalmente esce in libreria.

Chi non avesse dimestichezza con Pound, soprattutto col Pound “critico letterario”, si prepari. Nulla a che vedere con la solita roba che si legge su Dante (o su qualsiasi altra cosa, del resto). In fondo si tratta dello stesso tizio che nel 1919 aveva pubblicato l’Homage to Sextus Propertius, traduzione più o meno all’impronta delle elegie di Properzio in cui W.G. Hale, docente di latino all’università di Chicago, aveva contato una sessantina di svarioni colossali e in cui in mezzo alle poesie dell’autore classico finivano riferimenti all’attualità (al vorticismo, per esempio, o a Wordsworth).

Figuriamoci cosa può aver significato per uno così mettere le mani su Dante. E infatti l’austero mondo dei dantisti italiani non glielo perdonerà. Gianfranco Contini denuncerà la «procedura dell’apprenti sorcier analfabeta che presume di poter maneggiare, con effetti ancor più penosi che grotteschi, gli strumenti della tecnica, inclusi i manoscritti di Guido». Mario Praz parlerà della «beata ingenuità d’autodidatta e d’americano che scopre il mondo per conto proprio e, in codesto mondo, riesce a conservare un’assai lusinghiera opinione di se stesso».

Filologi: c’era stata forse una categoria che Pound aveva disprezzato di più? Nel canto 14 li aveva maledetti: «Seduti su pile di libri di pietra, oscurano i testi con la filologia». E per evitare equivoci, nell’introduzione a Lo spirito romanzo era scritto a chiare lettere: «This book is not a philological work».

Dilettante allo sbaraglio, quindi? Diciamo più genio incompreso. Pound pensava troppo velocemente per essere compreso dalla sua epoca, forse per essere compreso da chiunque: si veda l’ansia di abbreviare, saltare passaggi, alludere senza spiegare, citare nomi e libri anche senza ricordarsi i titoli esatti, come se mancasse sempre il tempo, come la bellezza stesse per lasciare il mondo in un battito di ciglia.

«To make Cosmos» (c. 116): è questo che deve fare il poeta. L’urgenza di un compito di civiltà è ciò che distingue un poeta da un filologo. Figurarsi se può perdere il tempo con note a pie’ pagina. È prerogativa del genio liberarsi dalla fatica di spiegarsi. Sta a noi inseguire col fiatone. Eppure qualcosa passa. Qualcosa filtra dalle nubi che coprono il geniale cielo poundiano e giunge fino a noi, illuminando il cammino qui sulla terra. Più di qualcosa.

Scrivono gli autori dell’introduzione: «Pound ci stupisce perché sembra aver pensato prima di noi quel che noi ora pensiamo su Dante: e invece quel che oggi noi pensiamo nasce spesso dalle sue idee». Tipico di Pound: acceleri con un ghigno lasciandolo sul posto, perso nelle sue boutade, impantanato nelle sue fissazioni, chiuso nel suo ermetismo, poi giri l’angolo e te lo ritrovi davanti. Pound ha liberato Dante dalle gabbie di carta degli specialisti, dalle condanne dei crociani, e ce lo ha reso come un fenomeno letterario e culturale nuovo. Ci voleva la sua origine americana e il suo destino europeo per farlo.

Lo aveva scritto anche Massimo Bacigalupo: «È come se Pound avesse colonizzato addirittura il poeta nazionale, sicché oggi un italiano, magari anche un poeta-filologo come Sanguineti, coglie Dante in questa prospettiva, deve fare un giro piuttosto lungo, passare per Filadelfia per tornare a Firenze». Anche se poi lì trovi Benigni e non c’è posto per sedersi.

Adriano Scianca

(articolo tratto da Libero del 5 giugno 2015)

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