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Roma, 21 gen – Il festival di Sanremo non è ancora iniziato e ha già rotto il cazzo. L’attrazione morbosa che media, commentatori e giovani mitomani dei social conservano per questa kermesse soporifera e bigotta rientra nei tanti misteri di questi tempi bislacchi. La cosa fa del resto il paio con la incredibile rivalutazione dell’altro momento ipertrombonesco della televisione italiana, il discorso di Capodanno del presidente della Repubblica, una roba presa universalmente a pernacchie da tutti per decenni ma incredibilmente rivalutata da legioni di millennials in visibilio di fronte al “senso delle istituzioni” per contrappasso rispetto alla sguaiatezza populista.

Il conformismo neovecchio

Del medesimo conformismo neovecchio fa parte, per l’appunto, la rivalutazione di Sanremo come momento imprescindibile della dialettica democratica della società civile. Negli ultimi anni, del resto, il Festival ha ben incarnato questo suo nuovo ruolo di ricettacolo del perbenismo progressista, riempiendosi di artisti “impegnati” (cioè pronti a qualche originalissima e coraggiosissima variazione sul tema “Salvini puzza”), trans, nani eccetera. Era la quadratura del cerchio, il pensiero unico reso commestibile per le famiglie. A volte, però, qualcosa va storto. A volte la retorica sanremese non riesce a stare al passo con l’ideologia che ha il compito di digerire e servire fredda.

Ecco allora gli inciampi di Amadeus, ancora impacciato negli equilibrismi linguistici politicamente corretti. Ha addirittura lasciato intendere di aver invitato le sue comprimarie bellissime solo perché bellissime e non per i loro meriti indiscussi. Ed ecco allora anche l’incidente di Coso, lì, come si chiama, il rapper sconosciuto che una volta, chissà quando, ha scritto in una canzone di aver fatto fuori una donna.

Scandali addomesticati che alimentano lo spettacolo

Via al dibattito, quindi, con la destra che si indigna invocando la censura e la sinistra che fa la vaga come da dottrina Zingaretti (“nel dubbio fingiti morto”), qualche giornalista che prova a fare il moderno invocando il diritto dell’arte a essere disturbante, neanche parlassimo di Rimbaud, tutti comunque rigorosamente capaci di tenersi lontani dal “chissenefrega” cosmico che dovrebbe inghiottire l’intera vicenda. Si tratta di scandali addomesticati che non sovvertono lo Spettacolo, ma lo alimentano. Ma in questo avvilente deserto del reale, almeno una buona notizia c’è: la polemica su Coso ci ha dato l’occasione per scoprire che il presidente Rai Marcello Foa è vivo e lotta insieme a noi. Eravamo in pensiero.

Adriano Scianca

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