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Giovanni Damiano: “L’immigrazione fa largo alla moltitudine di senza-storia”

by Adriano Scianca
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damianoRoma, 18 gen – Giovanni Damiano rappresenta, da tempo, una delle voci più illuminanti e acute del panorama anticonformista. Di lui ricordiamo testi fondamentali come Elogio delle differenze, L’Espansionismo americano, La filosofia della libertà in Julius Evola, Per un’altra modernità e il recente L’emozione genealogica, tutti pubblicati presso le Edizioni di Ar. Il Primato Nazionale lo ha intervistato per sapere la sua opinione sull’attuale emergenza immigratoria.

Cosa pensa della tesi che vede nell’immigrazione di massa una “sostituzione di popolo” (il “Grand Remplacement” dello scrittore Renaud Camus)?

Mi sembra una tesi che ha il merito di indicare con forza una dinamica in atto. E cioè sostituire i popoli europei con una moltitudine di senza-storia, nella quale finirebbero per sparire gli stessi europei.

L’approccio al problema immigratorio limitato alle questioni economiche o di ordine pubblico sembra non cogliere l’essenziale. Per esempio sfugge ai più il senso simbolico, filosofico, spirituale del confine e il fatto che il suo attraversamento non sia un atto “neutrale”. È d’accordo?

Il confine ‘taglia’ lo spazio dandogli un senso innanzitutto storico-politico e trasformandolo, al contempo, in un luogo concreto, sottratto a ogni idea indifferenziata e neutra di spazio liscio. Ma sottratto anche a ogni idea di spazio ‘monadico’, totalmente chiuso in se stesso. Ecco perché il confine può essere sì attraversato, ma mai in maniera ‘neutra’, perché l’attraversamento è sempre un atto che sancisce l’ingresso in un luogo altro. Rifacendomi a ciò che Hedley Bull chiamava domestic analogy, chiunque pensi che varcare un confine sia un atto assolutamente privo di senso e di conseguenze, dovrebbe coerentemente tenere spalancata la propria porta di casa sempre e comunque, giorno e notte…

La figura del “migrante” sembra aver sostituito, per la sinistraemozionepost-comunista, quella del “proletario”. Cosa rappresenta tale figura nella cultura del pensiero dominante?

Mi riaggancio a quanto detto più sopra. Lo ‘sfondamento’ dei confini, per usare la lingua di Camus, porta con sé un grand dé-placement, ossia la scomparsa dei luoghi concreti. Quale figura umana si adatta alla perfezione a questo stato di cose se non, appunto, quella del ‘migrante’, cioè di colui che fa del rifiuto della sua terra la condizione ‘originaria’ del suo essere appunto e-migrante? Ed è a questo rifiuto della propria terra, a questo sradicamento che guarda e plaude chiunque persegua lo stesso fine.

È possibile individuare uno specifico legame fra monoteismo e società multirazziale?

Dipende. Nel caso del monoteismo ebraico, incentrato su un popolo specifico e su una condizione esilica solo provvisoria, perché subordinata a una concreta terra promessa, credo proprio di no. Piuttosto è l’universalismo cristiano a rendere del tutto evidente questo legame. Basti pensare, ma è un esempio tra mille, ai famosi passi dell’A Diogneto, dove si dice dei cristiani che per loro ogni patria terrena è in realtà terra straniera essendo cittadini del cielo. Tutto ciò si riflette nell’immagine, tipicamente cristiana, dell’homo viator, ma anche in quella del pellegrino. Infatti pellegrino viene non a caso dal latino peregrinus che sta proprio per “forestiero”, “straniero”. Con la differenza essenziale che il peregrinus cristiano si fa straniero, cioè sceglie volontariamente di sradicarsi, di, appunto, ‘estraniarsi’. Nel caso cristiano, insomma, la condizione esilica non è provvisoria, l’esodo non è momentaneo, ma è la vera condizione dell’uomo.

L’architrave filosofico dell’immigrazionismo culturale sembra essere la decostruzione: si tratta di decostruire le nazioni, le culture, le identità. Del resto, come faceva notare lei stesso in Elogio delle differenze, la continuità è “decostruita” quando è alla base del discorso identitario mentre ri-diventa argomento legittimo, per esempio, per dire che le migrazioni “ci sono sempre state”. Che argomenti opporre, quindi, al decostruzionismo militante?

Si tratta di una questione assolutamente decisiva. Ma proprio per questo sarebbe davvero un esempio di immodestia pensare di poterla affrontare e risolvere in poche righe. Pertanto, mi limiterò ad accennare ad una possibile ‘direzione di marcia’. Ora, a me sembra che il decostruzionismo possa essere affrontato solo partendo da una solida prospettiva filosofica. Prospettiva che a sua volta non potrà non essere una qualche forma di realismo. È il caso del semicostruzionismo di cui ha parlato Franca D’Agostini, una concezione appunto realista, in base alla quale noi “in parte (ma solo in parte) costruiamo i nostri oggetti di conoscenza”, visto che in effetti “il processo conoscitivo si sviluppa a partire dalla ricettività empirica, ossia da dati e materiali che la realtà (indipendente) ci offre”. Per fare un esempio, giusto per concludere, le nazioni, le culture, le identità, da un lato sono costruite socialmente e storicamente, anche perché sarebbe davvero un assurdo antistorico pensarle come degli ‘immutabili’, ma dall’altro si fondano su dei dati oggettivi, su delle realtà concretamente esistenti.

a cura di Adriano Scianca

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