Roma, 31 mag – Accusati ovunque di mentire e di diffondere fake news, i populisti italiani, intesi in senso ampio (sostanzialmente Lega e M5s) hanno in realtà esattamente il problema opposto: dicono troppe verità. Prendiamo tre casi, tratti dalla cronaca di queste ultime, febbrili settimane, tre errori che hanno complicato enormemente il cammino dell’alleanza gialloverde.
Il primo è il contratto di governo, che è di fatto una pagliacciata la cui responsabilità è tutta dei grillini, che devono continuamente ricorrere a tali escamotage per giustificarsi del fatto che fanno politica. Ovviamente, la pretesa di mettere nero su bianco tutto quello che si farà al governo, per di più inserendo proposte anche forti e notoriamente non ben volute né dai “mercati”, né dalla “comunità internazionale”, né, di conseguenza, dai loro garanti in Italia (leggi Mattarella). Ma è evidente che, se c’è un presidente che non vede l’ora di metterti i bastoni tra le ruote, servirgli su un piatto d’argento certe proposte significa invitarlo a nozze e quasi “costringerlo” a fare valutazioni politiche, e non solo istituzionali, sul governo nascente. Tanto più se si è così babbei da far persino trapelare alla stampa delle versioni preliminari del medesimo contratto, con punti poi stralciati. Era tanto difficile dare rassicurazioni a chi aspettava al varco la nuova coalizione e poi, una volta guadagnate posizioni di forza, fare quel che si aveva in testa?
Altra questione, emersa un po’ sotto traccia, ma probabilmente determinante nell’aver messo varie oligarchie di cattivo umore rispetto al governo gialloverde: è infatti spuntato un documento, firmato da Salvini un anno fa, durante il suo viaggio in Russia, in cui il leader leghista si impegnava con i vertici del partito di Putin a instaurare future partnership governative una volta arrivato a palazzo Chigi, con scambi di informazioni riservate comprese. Non si capisce, però, che valore abbia un documento del genere, mentre è chiara la funzione di campanello d’allarme che una cosa simile può svolgere nei confronti di chi ha a cuore gli attuali assetti geopolitici. Ma le alleanze internazionali si fanno quando si è al governo, non si annunciano prima, tanto meno con questi sottintesi ambigui.
Terza questione, la storia un po’ grottesca del presunto “piano B” di Paolo Savona per uscire dall’euro, che invero è presentato come un’eventualità del tutto teorica. Nella comunicazione fatta uscire qualche giorno fa, dopo la bocciatura di Mattarella, Savona ha chiarito che non intende uscire dall’euro e che tutta la storia del “piano B” era solo una banale applicazione della teoria dei giochi: se vuoi essere un buon contrattatore, non puoi sederti al tavolo dicendo in anticipo l’obiettivo a cui vuoi puntare. I politici astuti hanno sempre fatto così, in effetti, ma senza teorizzarlo. E soprattutto senza dirlo. Anche perché adesso nessuno crederà più a una parola di Savona, che se sta dicendo la verità sull’euro non è un buon contrattatore, se invece è un buon contrattatore, allora non dobbiamo mai prestar fede alle sue rassicurazioni.
Insomma, i politici populisti nostrani parlano troppo. Finché si è in una campagna elettorale permanente, nel teatrino mediatico, nelle boutade elettorali, la cosa funziona, soprattutto in questo clima di buongiornismo esasperato, di culto della “trasparenza”, della “sincerità”, della “verità”. Quando ci si avvicina alle porte dello Stato, del potere vero, delle partite che contano, nazionali e internazionali, queste idiozie grilloidi si rivelano per quello che sono, ovvero delle zavorre. In sostanza, cari populisti, parlate di meno e agite di più. Se ne siete capaci.
Adriano Scianca

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