Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 15 ott – «Il mio piacere è la meraviglia, l’inesplorato, l’inaspettato, ciò che è nascosto e quell’alcunché di immutabile che si cela dietro l’apparente mutevolezza delle cose. Rintracciare ciò che è remoto nel vicino; l’eterno nell’effimero; il passato nel presente; l’infinito nel finito; queste sono le fonti del mio piacere e di ciò che io chiamo bellezza». Con queste parole H.P. Lovecraft spiega il senso della sua narrativa in uno dei testi che compongono Teoria dell’Orrore. Tutti gli scritti critici, volume a cura di Gianfranco de Turris ed edito da Bietti che raccoglie lettere, recensioni, articoli del maestro dell’orrore sulla narrativa fantastica e dell’incubo. Il volume viene ripubblicato in una nuova versione aggiornata – in realtà sono state riviste e aggiornate le note e la bibliografia di ogni scritto, ma non ci sono testi inediti – e rappresenta un unicum al mondo. Infatti nessuna edizione, nemmeno in America, è così completa come quella pubblicata da Bietti.
Il volume da molti è stato definito il Vangelo secondo Lovecraft. In effetti può essere ritenuto una sorta di bibbia e guida alla scrittura per chiunque si occupi di narrativa, con tanto di Note su come scrivere Racconti Fantastici e appunti su come sviluppare trame di racconti fantastici. Nei vari articoli e testi lo scrittore di Providence passa in rassegna tutta la letteratura fantastica del suo periodo, dai racconti dei pulp magazines fino ai primi racconti di fantascienza interplanetaria, senza ovviamente tralasciare i racconti dell’orrore, e spiega come trasformare un racconto in opera letteraria e non in semplice testo di intrattenimento di bassa qualità. Da alcuni testi in cui si occupa di critica e in cui soprattutto attacca la critica ufficiale, capiamo la portata rivoluzionaria che Lovecraft ha avuto sul mondo della narrativa a inizio secolo. Soprattutto In difesa di Dagon, scritto in tre parti in cui Lovecraft difende dagli attacchi della critica il suo Dagon, il secondo racconto da lui pubblicato e da tutti ritenuto il primo mattone del Ciclo di Chtulhu, fa capire come la critica accademica di inizio anni Venti fosse ancora fossilizzata in schemi che proprio Lovecraft ha contribuito a sparigliare. Il suo giudizio tranciante riguardo l’accoglienza della critica verso la narrativa fantastica che all’epoca sottovalutava persino Blake è una sentenza che sembra quasi riecheggiare nei giorni nostri: «I conservatori trattano con condiscendenza chi non si occupa di venerabili sofismi e delle capziosità che formano i loro supremi valori. I radicali detestano le opere che non sono contrassegnate da quel caotico disprezzo del buon gusto che ai loro occhi è la principale caratteristica del vero, moderno disincanto».
Nei vari testi della raccolta scopriamo anche gli amori letterari di Lovecraft, da Edgar Allan Poe a Lord Dunsany, ma soprattutto Oscar Wilde per cui ha una sorta di venerazione. Ma si trovano anche dissertazioni curiose come quella sulle Fate, sulla loro natura e sulle loro origini, in cui tra l’altro Lovecraft si lancia in interpretazioni molto interessanti sull’incontro tra i popoli indoeuropei – da lui chiamati Ariani senza mezzi termini – e i precedenti abitatori da essi sottomessi. A chiudere il volume ci sono varie «lettere sull’immaginario», in cui Lovecraft parla di tutte le tematiche possibili riguardo la narrativa fantastica, la narrativa dell’orrore e la cosiddetta narrativa weird in maniera molto più intima e senza i paletti degli scritti accademici o ufficiali, aprendo così molti squarci inediti sulla figura e sul pensiero dell’autore. Menzione a parte meritano l’accorato omaggio all’amico Robert Ervin Howard, il creatore di Conan il Barbaro, all’indomani del suo suicidio, ma anche una lettera scritta proprio ad Howard in cui Lovecraft si lancia in una bellissima dissertazione «sull’orrore cosmico e sul culto delle streghe». Leggerla e pensare a un dibattito sull’argomento tra i due giganti che l’hanno reso celebre è qualcosa di impagabile.
Carlomanno Adinolfi

Commenta