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Roma, 13 lug – A volte, l’aura del “giornalista scomodo” dà alla testa. E così persino la richiesta di un pubblico confronto su temi di interesse generale diventa lesa maestà. Accade a Paolo Berizzi, il super inviato di Repubblica contro il fascismo ubiquitario. In questi giorni c’è stato un super lavoro per lui, tra la spiaggia di Chioggia e le elezioni da poco trascorse che hanno visto tra gli eletti diversi esponenti poco allineati col pensiero dominante. Uno di questi è Andrea Arbizzoni, eletto a Monza e vicino a Lealtà Azione. Cosa inammissibile, per le vestali della correttezza costituzionale come Berizzi.

Proprio su questo argomento, però, è intervenuto anche Maurizio Murelli, editore e scrittore, nonché personaggio molto noto della destra radicale milanese degli anni ’70. Il quale, partendo dal caso di Monza, si è permesso di invitare Berizzi a un pubblico confronto. Non l’avesse mai fatto. Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti sono insorti: “Dopo la pubblicazione su Repubblica.it di un articolo sul caso di Lealtà Azione Monza, Murelli ha insultato Berizzi sfidandolo a un confronto pubblico. Paolo Berizzi, come peraltro accertato dagli inquirenti, è da tempo nel mirino di militanti di formazioni neofasciste e di estrema destra”. Notare come non si provi nemmeno a stravolgere la realtà e a far passare l’invito al dibattito per altro: è il solo fatto di aver pensato di potersi mettere al livello di Berizzi che costituisce un delitto. “Ci chiediamo – concludono Lorusso e Giulietti – che altro debba ancora accadere prima che le autorità preposte intervengano per permettere al collega di svolgere liberamente la professione di giornalista”. Non è chiaro come Lorusso e Giulietti intendano risolvere la cosa: arrestando preventivamente chiunque contraddica Berizzi?

Poiché al peggio non c’è mai fine, comunque, sul tema è arrivato anche il comunicato del cdr di Repubblica, in cui si legge: “Non è la prima volta che Paolo Berizzi viene fatto oggetto di minacce fasciste e criminali. Che non sono mai servite a fermare il suo lavoro, come dimostrano le cronache di questi ultimi giorni. E sarà così anche queste volta. Paolo, al quale va la solidarietà del cdr e dell’intera redazione, come tutti i giornalisti di Repubblica non si lascerà certo intimidire da chi non gradisce e anzi teme le sue inchieste”. Inchieste che, come ricordavamo giorni fa, hanno spesso incontrato l’ostacolo della realtà, più che quello dei nemici politici: dalla sanzione dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia al clamoroso errore nel suo Bande nere, in cui si scambiava un carabiniere per un malavitoso, non sono poche le ombre professionali nella carriera di questo cacciatore di fascisti. E per nasconderle non c’è niente di meglio di un’aura di martirio.

Adriano Scianca

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